Il signor Martello, il mio capo, ora si chiama Manfredo e ci diamo del tu.

 

“Allora, adesso ci sediamo un’oretta qui alla tua scrivania e ti liberiamo”. Per circa un’ora abbiamo passato al setaccio decine e decine di fogli che da mesi si erano accumulati sulla scrivania, sotto la scrivania, nei cassetti, in svariati raccoglitori e sul davanzale. Un dieci per cento è finito nelle cose da fare la settimana prossima, in ordine di priorità dal lunedì al venerdì. Un trenta per cento da domani dovrò girarlo un po’ alla volta a C.hristine, che ora lavora nell’ufficio centrale per l’Europa. Il resto è finito nel cestino. “Questo lo volevo tenere perché non vorrei che tra una settimana venisse fuori qualche nuovo sviluppo…” “Questo l’ha lasciato C.hristine; non mi fidavo a…” “Sì, ok, questo in effetti volevo buttarlo…” “Qui non ho avuto tempo di controllare cosa buttare e cosa tenere… Buttiamo tutto?”

 

“Ti prego, fatti questo favore: butta”.

 

“Ok”.

 

“Ah, sì, questo. Questa storia in effetti è risolta, sì, ma l’altro giorno la signora R… Ok, hai ragione, via”.

 

“A quando risale? 21 giugno. Ales.sandro, se dopo quasi tre mesi non si è fatto vivo nessuno… E se la signora R. ti chiama domani le dirai di rispedirti la documentazione… Le cose che non avevi su questa scrivania! Non ci posso credere…”

 

“Sì, in effetti c’è un po’ di…”

 

“Ales.sandro… sto cercando di dirti quello che dovrei dirti senza offenderti…”

 

“Eh… E questo volevo tenerlo perché…  non mi ricordo esattamente… ah, sì…”

 

“In psicanalisi si chiama fase anale”.

 

Io e S.aki, che stava alla sua scrivania a fare non so cosa, ridiamo; io un po’ imbarazzato. Manfredo sorride serio.

 

“Hai presente?”

 

“Eh, come no. Questa storia della fase anale è venuta fuori diverse volte con un mio amico. Lo so, lo so, è un mio problema…”

 

“Sì, non è niente di male, eh? Però è così”.

 

“Lo so, lo so…” E mentre continuiamo a trasferire A4 stampati e scribacchiati dal mio posto di lavoro al mio cestino mi viene in mente per la seconda volta in una settimana “Labyrinth”, uno dei film-ossessione della mia adolescenza. Un episodio in particolare: quando Sarah (Jennifer Connelly) sta per uscire dal labirinto e arrivare finalmente al castello, un servo di Jareth (David Bowie), il signore di quel regno, le offre una pesca, la peach of forgetfulness , perché dimentichi lo scopo del suo viaggio e la sua avversione nei confronti del padrone. La ragazza, ignara del tranello, la addenta affamata e cade nell’oblio. A quel punto, dopo un onirico ballo in maschera con canzoncina di David Bowie, Sarah incontra la signora ricoperta di oggetti. Una gnometta avvizzita che va in giro con una montagna di cose sul groppone: una specie di guscio da tartaruga formato da un accumulo di cianfrusaglie che parte dalle spalle, sale di due spanne sopra la testa e copre tutta la schiena. Come la pesca, anche la nana ha il compito di distogliere Sarah dalla sua impresa, e mentre la ragazza è ancora sotto l’effetto del frutto stregato la porta nella sua tana, che è identica alla stanza di Sarah, la fa sedere alla toilette, le mette il rossetto, la pettina e comincia a ricoprirla coi suoi balocchi, gli orsetti, le bamboline, le marionette, che pian piano vanno a formare un guscio come quello della nana. Sarah però, invece di sprofondare nel suo mondo di bambina, si ricorda d’improvviso del fratellastro che sta cercando di strappare dalle grinfie di Jareth: si toglie di dosso bambole e pupazzi, si alza di scatto dalla sedia, la stanza comincia a sfaldarsi, esce e riprende il viaggio verso la città di Goblin.

 

“Con rischi indicibili e traversie innumerevoli ho superato la strada per questo castello oltre la città di Goblin per riprendere il bambino che tu hai rapito…”

 

Ale

 

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