Sabato Ale si prepara ad andare a Dahlem, al museo dell’arte dell’estremo oriente per assistere alla cerimonia del tè, io invece sono già in viaggio nella direzione opposta, verso est, sulla S3; scendo a Karlshorst, esco dalla stazione, seconda strada a destra, sempre dritto per dieci minuti. Ci si trova davanti al museo russo tedesco ospitato nella stessa villa dove l’8 maggio 1945 fu firmata la capitolazione dell’esercito tedesco. Proseguo a sinistra, imboccando la Zwieseler Strasse, costeggio tutta l’ex cittadella militare russa: una caserma abbandonata, il centro di comando abbandonato, il centro sportivo, parzialmente ristrutturato e adibito a palestra, uffici abbandonati, dormitori abbandonati e un bunker.
C’è la fila, veloce, ma bisogna comunque aspettare l’inizio della visita guidata, 30 persone alla volta. Il bunker è stato costruito nel ’43 dai nazisti, utilizzato dai russi come rifugio d’emergenza e poi come carcere, chiuso negli anni ’70. Poteva ospitare circa 500 persone, ma strette strette strette mi verrà da pensare dieci minuti dopo. Ce ne sono altri due identici a Berlino, poi uno un po’ più grande a Friedrichshain, e due molto grandi (3000 persone), quello di Humboldthain e un suo gemello vicino all’Anhalter Bahnhof; limitandosi solo a quelli costruiti in superficie. Tutto questo lo spiega un ragazzo di qualche anno più giovane di me, pallido e nervoso, con una grossa torcia in mano che gli serve più per scaricare la tensione che per fare luce. Finalmente entriamo, il cemento è in parte verniciato d’azzurro, verde e rosso, il tempo ha scrostato e accartocciato la vernice con fare dolcemente artistico. Tre piani quasi uguali, un atrio dal quale si accede a corridoi che danno su dormitoi con letti a castello tripli, buio e silenzio. Esco.

Domenica mattina piove forte, Ale e Anna partono presto per andare alla Haus der Wannsee-Konferenz, la villa della conferenza di Wannsee, dove si decise l’attuazione della soluzione finale. Io mi sveglio con più calma, passeggio e mi ritrovo con Ale all’entrata del Kraftwerk Rummelsburg; Anna è andata invece al campo di lavoro forzato nazionalsocialista  di Schöneweide.
Un architetto ci fa da guida all’ex centrale elettrica di Rummelsburg, ma la sua spiegazione non mi tocca. Il piacere qui è puramente estetico, le pareti ricoperte di relè in penombra sotto, sopra l’enorme stanzone che conteneva le turbine, i suoi muri di mattoni gialli e rossi, le sue piastrelle, una stanza piena di grossi armadi in ghisa scura che dovevano essere trasformatori, interruttori, strumenti di misura, uffici con tappezzeria retrò, così accesamente DDR, una sala delle conferenze nonché sala delle feste, ancora corridoi con vernice delicatamente scrostata – non togliete la vernice, per favore, l’edificio è stato affittato per un film – Che genere di film si chiedono Ale e una signora. Horror? Penso io. Un video di Mariolina Manson o dei Prodigy dice Ale.

Ce ne andiamo, facciamo ancora in tempo ad arrivare a Moritz Platz e a vederci un tratto di tunnel inutilizzato della linea 8 della metropolitana. La fila è lunghissima ma scorre via rapida, con due ripide scalette scendiamo in profondità. L’aria è pesantissima, questi stanzoni sotterranei di cemento spesso e immobile sono colmi di visitatori, bisogna attendere per passare da un locale all’altro; ci chiediamo come facciano gli uomini della BVG ha resistere a quest’atmosfera e ai continui assalti degli insistenti e vari curiosi. Noi torniamo veloci in superficie.
Pensiamo che questa due giorni del Tag des offenen Denkmals, il giorno dei monumenti aperti, è stata per noi la sagra del radon, dopodiché, è ora, andiamo a mangiare kurdo.

Lupo

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