EMILIA PARANOICAAAH! (CCCP, Compagni, cittadini, fratelli, partigiani / Ortodossia II°, 1988)

Un paio d’anni fa chiesi alla mia amica Alex di parlarmi di un giornale, Jungle World, che avevo scoperto da poco e del quale non riuscivo a individuare l’orientamento politico. Mi raccontò brevemente la sua storia: in origine si chiamava Junge Welt (giovane mondo) ed era la pubblicazione ufficiale dell’associazione giovanile del Partito della DDR; poi è caduto il muro e in redazione ci sono state violente lotte interne in seguito alle quali il giornale si è sdoppiato in Junge Welt e appunto Jungle World. Entrambi vengono tuttora pubblicati. Il primo è marxista-leninista duro e puro, il secondo antideutsch*.
“In che senso antideutsch? Anarchico?”. Mi è venuta subito in mente quella canzone degli Slime che fa: “Deutschland muss sterben, damit wir leben können” (la Germania deve morire perché noi si possa vivere). Piace tanto agli anarchici berlinesi e la polizia l’ha messa nella lista nera delle canzoni proibite alle manifestazioni.
“No, assolutamente no. Non ha niente a che fare con l’anarchia. Gran parte degli antideutsch sono strenuamente filoisraeliani e filoamericani… e antiarabi: per esempio, prima dell’ultimo attacco all’Iraq marciarono a favore della guerra. Una volta cercai di spiegare ai miei amici anarchici polacchi cosa volesse dire essere antideutsch; anche loro non riuscivano ad afferrare di cosa esattamente si trattasse, lo trovavano strano. In realtà è abbastanza semplice. Molti giovani tedeschi hanno sviluppato quest’odio feroce verso tutto ciò che viene dalla Germania, perché “tedesco” vuol dire “fascista”. Anch’io quando avevo 16/17 anni ero antideutsch. Ascoltavo punk americano e inglese tutto il tempo e mi rifiutavo di ascoltare punk politico tedesco. Pensavo: non puoi essere di sinistra e cantare in tedesco, è una contraddizione. E noi tedeschi facciamo tutti schifo eccetera. Poi, va be’, sono cresciuta”.
La prima cosa a cui pensai fu il senso di colpa del popolo tedesco, e mi venne in mente Eva che mi parlava del figlio adolescente e di come a scuola gli insegnanti ci andassero giù pesante con tutti quei filmati sulla shoah: “È giusto ricordare, perché non debba mai più succedere, e studiare, capire com’è successo e perché, mettere in guardia, educare, ma il senso di colpa che viene instillato nei giovani tedeschi da generazioni può essere veramente distruttivo, annichilente”.
Questo tema è tornato fuori poco dopo con Anna.

I MIA. sono un gruppo pop berlinese nato nell’ambiente indie/elektro di Mitte e Prenzlauer Berg (quartieri modaiolo e modaiolo/radical chic). Due inverni fa girava una loro canzone, Was es ist, che li fece diventare public enemy nella scena antideutsch. Questa canzone, apparentemente d’amore, contiene in realtà delle dichiarazioni velate, ma non troppo, d’amor patrio. Tempo fa, in occasione di un concerto collettivo al quale partecipavano anche i MIA., un gruppo di studenti (di sinistra? anarchici? antideutsch?) li prese a uova e pomodori marci e li costrinse a lasciare il palco dopo la prima canzone, con il bassista che in lacrime diceva delle cose al microfono. (Nella loro homepage, sotto bandinfo > MIA. statements zu “was es ist”, la band si giustifica.)
Io e Lupo leggemmo il testo della canzone appena uscì, quando ancora non sapevamo niente di questa storia, e non ci accorgemmo di niente. Più tardi lo rileggemmo assieme ad Anna, che ci fece notare le velate dichiarazioni di orgoglio nazionale e l’allusione cromatica alla bandiera tedesca (caffè nero, bocca rossa, sole giallo), e ci ricordammo che i MIA. indossano spesso e volentieri vestiti tinta unita gialli, rossi e neri. Anna era disgustata. Io le dissi che non mi sembrava poi così grave dire: “Non mi vergogno più di essere tedesco, non mi sento più in colpa”. Lei si innervosì ulteriormente. “Non è grave?”
“Sì, voglio dire… la tua generazione…le generazioni più giovani che colpa hanno di ciò che fecero i loro nonni o bisnonni?”
“Certo che ne hanno colpa. Come se la storia non servisse a niente, non esistesse… E poi cosa vuol dire “essere colpevole”, “vergognarsi”? Sono parole che già connotano un atteggiamento… io non sono colpevole, non c’ero, non c’entro, non posso farci niente, non è giusto che debba vergognarmi… E poi, questa canzone, che senso ha dire: “Sto bene nel mio paese”? Cosa vuol dire: “Sono tedesco”? Io non sono tedesca. Io sono Anna. Come fai a dire “Sono contento di essere tedesco”? Come puoi usare in senso positivo la parola “tedesco” in una canzone pop?”.
Anna non è antideutsch, ma molti suoi amici lo sono. Il suo discorso era (o voleva essere) più antinazionalista che antitedesco, ciononostante io sentivo dietro le sue parole piene di disprezzo per il patriottismo e per il concetto di nazione un profondo e doloroso astio nei confronti di una nazione in particolare: quella in cui è nata e in cui vive. Molti suoi amici e conoscenti fanno parte della scena antifa e antideutsch berlinese. Antideutsch, anarchici, autonome e antifa (che possono essere anarchici o comunisti) sono gruppi distinti, contrassegnati da caratteristiche diverse: gli antideutsch di solito sono carnivori, gli antifa e gli autonome vegetariani o vegani; gli antideutsch ascoltano musica elettronica (andate a un concerto degli Egotronic o di Räuberhöle e date un’occhiata a magliette, spillette e volantini)**, gli autonome punk, gli antifa possono spaziare dal crust al pop à la Le Tigre, ecc. Però spesso questi gruppi agiscono e si muovono in contiguità, in molti casi non sono facilmente distinguibili, e nel variopinto ventaglio della giovane sinistra berlinese l’”antideutschismo” è un’ideologia trasversale.

Quando per la prima volta cercai di sviscerare il concetto di antideutsch e la cosa non mi riusciva,  Lupo mi disse: “Non devi cercare dei termini di paragone italiani. Da noi non esiste nulla di simile”. Mi venne in mente quel ragazzo che mi presentò Ron all’SO36:
“Ah, anche tu americano?”, gli dissi dopo avergli stretto la mano.
“Già. Ma non ne vado fiero.”
“Eh,… non c’è problema. Non…”
“L’America fa schifo, lo so.”
“Ma no, non… sì, va bene… voglio dire, non devi giustificarti!” Non è la prima volta che mi capita di conoscere uno statunitense che si sente in dovere di scusarsi per la propria nazionalità, mettere le mani avanti appena apre bocca. Come i tedeschi, anche gli americani sono consapevoli dell’odio che molti provano nei loro confronti. Il tedesco nazista di cui ci parla la nonna. Il soldato e il Presidente americano di cui ci parlano i media. Il popolo tedesco che sapeva e non faceva niente. Il popolo americano pecorone. Io, da italiano, non mi sono mai sentito in dovere di presentarmi dicendo: “Sono Ale. Berlusconi, la DC, il fascismo fanno schifo. Io la penso diversamente”. Se spesso noi italiani siamo anti-italiani lo siamo per altri motivi, credo; in molti casi soffriamo di un complesso di inferiorità e siamo esterofili perché il nostro paese ci sta stretto e in qualche modo ci imbarazza. Il patriottismo da noi che estensione ha? E il nazionalismo? E in che rapporto sta con il (neo)fascismo? Mi vengono in mente i parà. Di sicuro c’è molto campanilismo, ma l’amor patrio? Forse se Fini e Ciampi continueranno a parlare di bandiera e inno nazionale e i leghisti a sparare sull’Europa per un altro po’ di anni il nazionalismo si diffonderà da certi ambienti militari e di destra a più ampi strati di popolazione. Da noi ci sono persone che si sentono in colpa e si vergognano di essere italiani per ciò che fece il fascismo? Credo di sì, ma non in modo così esteso e radicale come in Germania. Noi abbiamo avuto la Resistenza e possiamo sempre dire che stavamo, o saremmo stati, dalla parte degli antifascisti. Non voglio dire che noi italiani dovremmo sentirci più in colpa, vergognarci e odiarci di più. (Magari riflettere un po’ più approfonditamente sul nostro passato recente sì; vedi Delio). Dico che l’autodisprezzo di molti (soprattutto giovani) tedeschi mi sembra un caso clinico unico, degno di essere studiato e magari curato. D’altro canto non è sano passare da “Facciamo schifo” a “Siamo di nuovo fieri di essere tedeschi”, come sta succedendo (e i MIA. sono solo uno di numerosi esempi di ritrovato amor patrio), senza soluzione di continuità. Forse è addirittura pericoloso.

Piccolo viaggio nell’anima tedesca di Vanna Vannuccini e Francesca Predazzi (Feltrinelli 2004, 10 €) è un libretto molto interessante (anche se non privo di luoghi comuni) che cerca di tracciare un ritratto della “mentalità tedesca” partendo da alcune peculiarità lessicali della lingua tedesca, ovvero da una manciata di parole “intraducibili”. Nel capitolo dedicato al termine Weltanschauung si legge questo:
“La Weltanschauung della Germania nazista è stata il più grande trauma della storia tedesca, che ha finito per rendere l’essere tedesco un vero e proprio dramma individuale. Il trauma non svanì con la sconfitta del nazismo, cui i tedeschi fanno riferimento non a caso come la Stunde Null, l’ora zero nella quale la storia doveva ricominciare. Una metà della Germania restava assoggettata a una nuova Weltanschauung, quella comunista mentre l’altra non riusciva ad accettare di portare il lutto della catastrofe collettiva e dell’Olocausto. Tutto questo ha provocato enormi cesure, difficili adattamenti generazionali che sono stati i tratti caratteristici della Germania del dopoguerra. Non c’è famiglia tedesca che non abbia avuto padri nazisti o mogli e mariti assoldati dalla polizia segreta comunista, parenti divisi dal Muro o vittime dell’uno o dell’altro regime. Ogni cambio generazionale ha lasciato incomprensioni profonde, silenzi che ci sono voluti decenni per rompere e domande che spesso ancora oggi non hanno trovato risposta. Oggi la Weltanschauung dei giovani tedeschi è fondata sul riconoscimento che il passato nazista e quello comunista influenzano ancora la loro vita, anche se personalmente non sono mai stati né nazisti né spie della Stasi.” In effetti l’”antideutschismo” è molto diffuso anche tra i giovani nati a Est (come d’altronde il neonazismo).
Nel capitolo che analizza il concetto di Vergangenheitsbewältigung (superamento, disbrigo del passato) le autrici dicono:
“Per anni si è detto che il passato non passa in Germania. Prima i tedeschi avevano tentato di ignorarlo, di rimuoverlo. A un certo punto per dimenticare il “tedesco cattivo” i nazisti furono perfino cancellati dai film, come nelle prime versioni tedesche di Casablanca. La gente voleva ricostruire, vivere, non ricordare. Solo alcuni intellettuali come Alexander e Margarete Mitscherlich denunciavano “l’incapacità di portare il lutto” per i crimini commessi. […]
[Nella Germania dell’Ovest] una seria riflessione sul passato arrivò con il ’68. “Non ti fidare di nessuno che abbia più di trent’anni” dicevano i giovani, e in Germania la ribellione studentesca prese il senso di una domanda rivolta ai padri: come avete potuto lasciare che questo accadesse? Ma fu solo dieci anni dopo, con lo sceneggiato televisivo americano Holocaust, che il grande pubblico si sentì obbligato a un esame di coscienza. Cominciò da quel momento una riflessione sul passato alla quale i tedeschi ancora una volta hanno dato un nome difficile: Vergangenheitsbewältigung. La parola nacque negli anni cinquanta, ma diventò di uso comune solo vent’anni dopo. Significava confrontarsi con il passato, ma conteneva anche l’aspettativa di poterci mettere una pietra sopra.
La pietra sopra però i tedeschi non hanno potuto mettercela. Compiuta con l’abituale metodicità tedesca, la Vergangenheitsbewältigung è diventata parte della vita di ogni giorno. Onnipresente nei programmi scolastici, nelle terze pagine dei giornali, nei dibattiti televisivi e nella radio nazionale che dedica tuttora un quarto d’ora alla memoria delle responsabilità storiche in una fascia oraria di grande ascolto.”
“… quando [nel 1954] la Germania dell’Ovest vinse i mondiali di calcio, i giornali tedeschi temettero che la gente si lasciasse andare a entusiasmi patriottici e ammonirono: non è una vittoria della Germania, ma di undici uomini nati entro i nostri confini.” Anna trova ripugnante che molti tedeschi espongano la bandiera quando gioca la nazionale. I mondiali di calcio della prossima estate saranno un’ottima cartina tornasole per misurare il nuovo patriottismo tedesco.

Come dicevo prima, i MIA. sono solo uno dei vari esempi di un’ondata di nuovo amor patrio diffusasi in Germania nell’ultimi due anni, che fa incazzare a morte antideutsch e antifa e fa preoccupare un po’ tutta la sinistra non istituzionale, mentre la maggior parte dei tedeschi sembra apprezzare e sentirsi bene.
Non è esattamente nazionalismo, è un patriottismo abbastanza pop (“tedesco è fico” dicono alcuni gruppi musicali, alcuni grossi organi di stampa, alcuni politici), a volte sbandierato e urlato (con tricolori e punti esclamativi), a volte un po’ più subdolo. Ultimo caso eclatante la campagna “Du bist Deutschland” (tu sei la Germania), promossa da un consorzio di editori e pubblicitari e sostenuta da una marea di associazioni (tra cui un Club Italia 80 e.V. un po’ fascistello a giudicare dal sito: non a caso Mirko Tremaglia è socio onorario), che un paio di mesi fa ha fatto capolino con manifesti e spot televisivi e, come notava a suo tempo GP, ha scatenato varie controcampagne.
Per concludere. Dopo l’insediamento nel maggio 2004 del nuovo presidente Horst Köhler che nel suo discorso disse: “Amo il nostro paese!”, la Bild (quotidiano nazionalpopolare dell’Axel Springer Verlag con la più alta tiratura d’Europa) elencava i “100 motivi per cui amiamo la Germania”. Una selezione:


“Perché l’amore passa per lo stomaco: arrosto di maiale, arrosto all’agro, Döner.
Perché le autobahn sono le nostre strade della sehnsucht, anche quando c’è coda.
Perché il nanetto da giardino è il nostro angelo custode segreto.
Perché dopo l’orrore nazista siamo amici di Israele.
Perché beviamo la birra di 1.200 brauerei: dal bicchierino di Kölsch al boccale da litro di Maibock.
Perché abbiamo inventato i cetrioli sott’aceto e i gummibärchen [orsetti di gelatina tipo Haribo].
Perché abbiamo organizzato la nostra gioia di vivere in 280.000 associazioni.
Perché da noi una donna può diventare cancelliere. [Sì, era già nell’aria]
Perché gli omosessuali possono diventare sindaci [Berlino e Amburgo], star della televisione [Biolek?] e idoli della musica popolare [Küblböck?].
Perché guidiamo la decappottabile anche quando fa freddo, a meno che non piova.
Perché le donne tedesche si spogliano volentieri in tutto il mondo, non solo a Sylt e Amrum.
Perché grazie ad Aldi [hard discount tipo Lidl] e compagnia il prezzo dei generi alimentari sono i più bassi in Europa, e i fratelli Aldi sono tra gli uomini più ricchi del mondo. [Una mia amica mi raccontava dei ricatti che subisce il nonno allevatore dai signori Aldi per abbassare all’inverosimile il prezzo del latte: non una bella storia]
Perché le favole più belle iniziano con: Es war einmal.
Perché nella nostra costituzione si trova la frase più bella e più importante del mondo: “La dignità dell’uomo è inviolabile.”
Perché accanto alle autostrade senza limite di velocità fioriscono i campi di colza.
Perché qui prima di schiantarsi sulla dura realtà si cade su una rete sociale.
Perché chi siede da solo in un biergarten trova subito degli amici.
Perché da noi le tavolate sono più importanti delle scrivanie. [Hans Magnus Enzensberger parlò – credo in Ah, Europa! – di “italianizzazione” dei tedeschi]
Perché da noi si può ancora fumare nei luoghi pubblici senza venir discriminati.
Perché le nostre madri hanno costruito il nostro paese dalle macerie con le proprie mani. [Si fa qui riferimento alle trümmerfrauen che dopo la seconda guerra si trovarono sole con quattro macerie e contribuirono a ricostruire il paese. Le trümmerfrauen sono uno dei miti patriottici (assieme alle vittime di Dresda, per esempio) che gli antideutsch dileggiano più spesso]
Perché il merlo, il tordo, il fringuello e lo storno tornano a casa ogni primavera.
Perché senza italiani, greci, cinesi e McDonald’s moriremmo di fame. [In realtà non ci si può lamentare della mancanza dei turchi dato che hanno incluso il Döner (Kebab) tra i piatti nazionali (vedi sopra)]
Perché siamo affidabili, puntuali, zelanti, scrupolosi. Sì, piccolo-borghesi. [Che teneri!]
Perché per colazione ci sono 600 tipi diversi di pane.
Perché siamo diventati europei e rimasti tedeschi.”


* Più tardi scoprii che la vera rivista di riferimento degli antideutsch è Bahamas.
** All’ultimo concerto dei Minipli 550 assistemmo a una furiosa discussione tra un ingenuo spettatore che indossava una casacca militare vintage con bandierina tedesca cucita sul braccio e un organizzatore antideutsch duro e puro con bandierine americana e israeliana spillettate sulla felpa. Allo stesso concerto vedemmo anche un flyer che testimoniava l’evoluzione più estrema e disgustosa dell’ideologia antideutsch: il tipico boccale di birra con la scritta “Saufen gegen…” (“Bere contro…”, che nelle varianti più diffuse dice “Bere contro i nazi” o “Bere contro le destre”) declinato in “Bere contro il ramadam”.

Ale