Qualche sera fa abbiamo aiutato il vicino che si era chiuso fuori a rientrare in casa dalla finestra.
Ha suonato alla nostra porta mentre stavamo cenando. Il vicino è alto minimo uno e novanta ed è magro. Maglietta, tuta e ciabatte da piscina. Puzzava di sudore alcolico. Abita sopra di noi, al primo piano.
Siamo usciti con lui in giardino armati di due scale a libretto di metallo e ci siamo appostati sotto la sua finestra, aperta. Il vicino ha appoggiato una scala, richiusa, al muro, poi ci ha caricato sopra la seconda, anch’essa richiusa: il primo piolo della seconda scala appoggiato sull’orlo della pedana della prima. Io e Lupo abbiamo tenuto strette le due scale all’altezza del punto di congiunzione e lui è salito. Le scale scricchiolavano. Il mio cuore ha cominciato a pompare sangue all’impazzata. Lui è salito agilmente fino in cima alla seconda scala, ha afferrato il bordo del davanzale, ha chiesto se andava tutto bene e si è levato oltre al davanzale infilando la testa nella finestra. Il mio cuore bruciava mentre me lo immaginavo crollarmi addosso. Con uno slancio è riuscito ad appoggiare un piede sul davanzale, poi l’altro, ed è entrato. Trenta secondi dopo, mentre io e Lupo smontavamo la composizione di scale, si è ripresentato in giardino per riportarle al loro posto. Ci ha ringraziati. Io sono rientrato in casa con una mano premuta sul petto, mi sono buttato sul divano e ho giurato che mai più.

Ale

P.S. Non si tratta dello stesso inquilino che pisciò dal balcone, bensì del suo successore.

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