Qualche mattina fa sono stato testimone di un efferato omicidio nel nostro giardino.
Ero in cucina, guardavo fuori. Il gatto nero che ha ricominciato a girare dalle nostre parti era accucciato davanti a una delle nostre pseudo-agavi. Sopra di lui un passero volava freneticamente da un ramo all’altro, dallo stendibiancheria dei vicini al muretto e di nuovo all’albero di ramo in ramo. E strillava senza pace questo passero. Un cinguettio altissimo e quasi atono.
Il gatto a un certo punto si è spostato all’agave e ha liberato dalle proprie grinfie un altro passero, che è andato a nascondersi, saltellando stentato, sotto un’altra agave. Il gatto l’ha subito raggiunto e ha continuato la sua lenta tortura, che sarebbe probabilmente finita con la morte del passero sfortunato. Il passero disperato intanto continuava a urlare sopra di loro, senza star fermo un attimo.

Iniziare la giornata con questa scena mi ha turbato. Il passero libero non poteva fare niente per salvare l’amico, solo urlare. Chiamava aiuto o dava fiato allo propria paura e frustrazione? Magari avrebbe potuto andare a becchettare il gatto ma o non ha pensato a questa possibilità o aveva paura di venire a sua volta catturato. Gli mancavano il coraggio o l’intelligenza per reagire in modo appropriato o le armi per combattere il nemico.
In realtà non sapevo prima di questa mattina che i passeri potessero sentire empatia e disperazione, che fossero solidali fra di loro.

Ale

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