Stefan durante la stesura della tesi raffreddava il computer surriscaldato da ore di lavoro ininterrotto con degli spinaci surgelati. G. invece con tranci di salmone surgelato. Non ho chiesto, ma credo non li scartassero.

Le impiegate del comune da cui sono andato a chiedere l’indirizzo attuale di una conoscente di R. avevano appeso vicino alla scrivania lo stesso calendario con gli uomini discinti che ho io in bagno.

Che bello, pensavo, conoscere gli impiegati della posta vicino a casa da sei anni ed essermici affezionato. C’è la signora coi capelli rossi scarmigliati e qualcosa di triste nello sguardo e di traumatizzato nei movimenti delle mani. C’è il signore con barba e capelli lunghi bianchi, orecchino e tatuaggio da marinaio sull’avambraccio. Un giorno mi disse di vivere vicino a dove lavoro (lavoravo). Aveva letto l’indirizzo dell’ufficio sul pacco che gli avevo appena consegnato. “E lei lavora vicino a dove vivo io”, gli risposi. Sembrò non afferrare. Forse mi ero espresso male. C’è l’uomo alto che non muove bene un braccio e un po’ zoppica. C’è il tizio che fa il giullare sovrano. Parla a voce troppo alta, fa le battute, fa la regina che sa servire il cliente suo signore con abilità e partecipazione. C’è la signora che mi sorride sempre e mi vuole bene. C’è la signora che diventa rossa in volto quando i clienti la fanno incazzare. C’è il ragazzo sbiondato, nuovo. E c’è la signora con lo sguardo scaltro.

Inaugurazione della Jablonka Galerie di Kochstrasse. Esponevano i collage preparatori della serie “Ten Portraits of Jews of the 20th Century” di Andy Warhol. Sulla scheda informativa leggo questa citazione da: Bob Colacello, Holy Terror. Andy Warhol Close Up, New York, HarperCollins, 1990:

He seemed embarrassed and annoyed at the first showing of Ten Portraits of Jews of the Twentieth Century, at the Jewish Center of Washington, in Bethesda, Maryland, in March 1980. “Everybody’s Jewish here, Bob,” he said. “It’s a Jewish center, Andy. What do you expect?” “They’re all asking me “why” and “how”, Bob. What do I say?” “Tell them you admire the intelligence and creativity of the Jewish people, because you do.” “I do?” A man came up to Andy and asked, “Did you use all these different patches of color to show all the different facets of Gertrude Stein’s personality?” Andy said: “Yes.”

Ora ricordo perché mi stava simpatico Andy Warhol, ho pensato.

La nostra amica G., che sta scrivendo una tesi sulle travestite (FtM) dell’entourage di Magnus Hirschfeld, mi chiede per SMS se so il latino. Le rispondo: Non proprio, perché? Lupo un po’ meglio di me. Mi scrive: Voglio citare un paio di passaggi di Hirschfeld in latino. Voglio essere sicura si tratti di cose frocie come penso. Le rispondo: Manda pure. Mi spedisce queste tre frasi:

EGO LIBENTER OS MEUM PRAEBERE VELLEM, SI AMATOR ALIQUIS ID ME POSCERET.

VIROS NONNUNQUAM MENTULAM IN OS FEMINARUM IMMITTERE, QUASI AD ABLUENDUM, SAEPIUS MIHI RELATUM EST.

EQUIDEM FEMORA LATISSIME APERIREM, SI AMICUS LIBIDINE VERA PERMOTUS ME FUTUERE VELLET.

Le dico: La prima non la capisco. La seconda dovrebbe essere una cosa etero. La terza è molto probabilmente frocia.
Qualche suggerimento?

Nel brodo di glamour in cui ho sguazzato durante questa Berlinale ho senza dubbio toccato il punto più denso e profondo quando ho scoperto che il film che stavano girando tempo fa nella macelleria sotto casa è questo.
Quella mattina di tanti mesi fa uscii di casa per andare in ufficio e vidi sparsi sul marciapiede fuori dalla nostra macelleria cavi, riflettori, cassettoni  e strumenti vari. Una troupe sparuta dentro e fuori il locale. Dietro al bancone un omone gigantesco truccato da macellaio splatter. Ero ancora mezzo addormentato e con fatica cercai di razionalizzare. Mi dissi: Staranno girando un servizio di moda. E invece, scopro adesso, si trattava niente popò di meno che dello zombie movie di Bruce LaBruce. Mioddio.

Ulteriore aggiornamento delle 15:14… Ah! E l’edificio con le pareti arancioni che si vede all’inizio del trailer è la scuola dove facevo danza con Anna.

Ale

 

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