Domenica scorsa si è svolto il referendum voluto dal comitato contro la sospensione del traffico aereo sull’aeroporto di Tempelhof, sostenuto dai cristiano-democratici (CDU), i liberali (FDP)  e dai fogliacci conservatori della Axel Springer.
Nelle ultime settimane ho seguito tra il distratto e l’interessato gli accesi dibattiti sulla stampa locale e nazionale e nella blogosfera. La questione è intricata.
Berlino ha al momento tre aeroporti funzionanti: Tegel, Schönefeld e Tempelhof. Quest’ultimo è l’aeroporto storico della città, dove volò per la prima volta la Lufthansa (1926), uno dei complessi architettonici più grandi del mondo e soprattutto l’aeroporto sul quale gli anglo-americani effettuarono tra il 1948 e il ’49 il famoso ponte aereo (Luftbrücke) che salvò Berlino Ovest dall’assedio sovietico.
La chiusura dell’aeroporto storico nel cuore della città, su cui oggi viaggiano quattro apparecchi in croce, è condicio sine qua non per la creazione del nuovo Berlin Brandenburg International (BBI) sull’area dell’attuale aeroporto di Schönefeld. È buffo pensare che la chiusura di Tempelhof fu sancita tanti anni fa proprio da un’amministrazione guidata dalla CDU. Oggi il sindaco Wowereit e il suo senat rosso-rosso (SPD e Die Linke) sono strenui propugnatori della cessazione dei voli sull’aeroporto centrale, la CDU invece si è riciclata protettrice di un simbolo, di una manciata di posti di lavoro e di un presunto affare miliardario (vedi per esempio l’offerta Lauder, che Wowereit ha rifiutato). Il sindaco dice: comunque vada il referendum, Tempelhof chiuderà. A lui e al suo collega Platzeck,
ministerpräsident del Brandeburgo, stanno a cuore la realizzazione di BBI e le migliaia di posti di lavoro che creerà. Tutti gridano allo scandalo per la sfacciata indifferenza del sindaco verso la volontà popolare. Ironicamente fu proprio l’SPD di Wowereit nel 2006 a spingere per cambiare la costituzione del land di Berlino in modo da facilitare le richieste di referendum.
I sostenitori del Sì (contro la chiusura) dicono: è chiaro fin d’ora che il BBI non riuscirà da solo, visto che oltre Tempelhof è previsto chiuda anche Tegel, a sostenere il traffico aereo della città se il boom turistico continuerà di questo passo. Se non offriamo noi berlinesi un aeroporto di sostegno, ci penserà il Brandeburgo, che sta già ampliando le aerostazioni commerciali di Finow e Schönhagen, e in questo modo ci faremo soffiare centinaia di posti di lavoro, dicono.
Che su Tempelhof si continui a volare o meno, i progetti sul futuro dell’enorme aeroporto si accavallano e per ora niente è definitivo. Tutti i partiti avanzano le proprie proposte. C’è chi vorrebbe trasformare l’area in un nuovo quartiere ecosostenibile con parco, chi accoglierebbe a braccia aperte la proposta di Lauder di un clinica estetica per VIP con aeroporto per jet privati, chi caldeggia la creazione di un museo dell’aviazione, chi propone una riconversione in centro culturale e commerciale, si parla anche di volervi trasferire parzialmente le produzioni cinematografiche di Babelsberg, ma c’è pure chi teme che i politici non si sapranno decidere e dopo la quasi certa chiusura il complesso verrà lasciato a se stesso, abbandonato per anni all’incuria, diventando la patata bollente delle prossime amministrazioni. L’edificio è comunque protetto dalla sovrintendenza ai monumenti storici e, a prescindere dalla riconversione per cui si vorrà optare, una cosa è certa: non verrà demolito.
I sondaggi prevedevano una netta vittoria dello JA. Verdi e sinistra avevano in effetti organizzato una contro-campagna per il NEIN molto sottotono rispetto alle strombazzate dei popolari quotidiani Axel Springer e ai megacartelloni dello JA. Peccato che, come ho scoperto grazie a Julius, il comitato per lo JA si fosse dimenticato di accompagnare al quesito referendario una proposta di legge, quindi una vittoria del Sì effettivamente non avrebbe obbligato il senat a cambiare rotta. Sarebbe solo riuscito a metterlo in cattiva luce.
Così, a grandi linee, si svolgeva il dibattito intorno a questo referendum. Domenica sera il risultato: il Sì ha ottenuto il 60%. Cazzo! Naturalmente grazie soprattutto ai quartieri fedeli a CDU e FDP. Dopo lo spoglio definitivo: il quorum non è stato raggiunto! CDU e FDP devono mettersela via. Lunedì la Bild, punta di diamante della casa editrice Axel Springer, diceva: il referendum è fallito, ma il signor Wowereit vorrà ignorare 530.231 Sì? Sì, il quorum è pur sempre il quorum. Ora Wowereit e il suo senat vanno avanti per la loro strada: Tempelhof chiuderà a fine ottobre. Nel frattempo la senatorin allo sviluppo urbano Junge-Reyer ha dichiarato che verranno indetti due bandi di concorso: uno per la realizzazione di un nuovo quartiere verde e uno per la creazione di un nuovo centro multifunzionale per l’industria creativa.

“E adesso un lieto ritornello che non c’entra un cazzo ma che piace ai giovani”

Domenica scorsa era una bellissima giornata di sole. Lupo è andato a farsi un giro in bici a Schönefeld per dare un’occhiata al cantiere del BBI. Io sono rimasto a casa a leggere, scrivere, osservare le gazze in giardino, portare avanti il mio studio della e la ricerca sull’editoria berlinese, ascoltare Deutschlandfunk, cercare un lavoro, fare una lavatrice di biancheria, vedere se ho il diritto, da italiano residente qui, a partecipare a questo referendum.
Riporto questo scambio di SMS tra i vostri due blogger avvenuto domenica pomeriggio:

Lupo: Come è dura l’avventura, per fortuna ho ricevuto l’aiuto di due sessantenni outlaw come me. Grande sto cantiere

Ale: Documenta

Lupo: È brutto, non ho fatto foto, solo sterrato, buche e gru appena tirate su. Ora mangio qualcosa da quello che ci regalò il sottobicchiere originale DDR

Ale: Buono! Io ho scoperto che non posso votare

Lupo: Scoperto di persona o letto?

Ale: Di persona. Affluenza alta, direi

Lupo: Immaginato: per questo non ho nemmeno provato. Affluenza alta, i no arrivano quasi a vincere, che è il massimo che possano fare. A dopo

Uscito dal seggio in cui votai per l’elezione del sindaco di Neukölln ma non per quella del sindaco di Berlino, e alla fine neanche per ‘sto referendum, mi sono fatto due passi sulla Sonnenallee che domenica, tra Wildenbruchstrasse e Pannierstrasse, ospitava una sagra. Una delle innumerevoli e popolarissime feste di strada che si svolgono in città tra primavera e estate. Camminavo e osservavo le mamme turche aggredite da ogni lato dai fumi suini dei venditori di bratwurst, i giovani arabi e mediorientali che fumavano il narghilè sul marciapiede, le coppiette white trash che ascoltavano le rock band locali, i pensionati tedeschi e i ghetto kids che guardavano la danza del ventre sull’altro palco, le tazze stampate con i divi di Bollywood, i bambini con i palloncini e i pony messi all’ingrasso da bambine che gli passavano erba, foglie e oggetti non meglio identificati e sicuramente non digeribili da stomaci ruminanti, gli studenti coranici disorientati e curiosi, il cane di due alcolizzati barcollanti che pisciava indisturbato sul banchetto temporaneamente abbandonato della tatuatrice di mani con l’henné. La tentazione di comprarmi la maglietta local-patriottica “NEUKÖLLN 44” è stata fortissima.

Ale

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