Mi stavo guardando un paio di episodi di Ellen seduto al computer. Sento raspare in giardino, penso siano i soliti piccioni (o le gazze, i merli, i passeri, le cinciallegre) che cercano vermi. O il nuovo gatto che gira da queste parti. E invece dalla finestra vedo la vicina dai capelli bianchi. La vicina che da un paio di settimane si è presa l’impegno di curare il verde condominiale. Fino ad oggi si era limitata a lavorare alle aiuole del cortile interno. Questa mattina, uscendo, l’ho trovata in cortile che lavorava e le ho chiesto se sapeva dirmi dove si buttano foglie e erbacce, se nel biologico o nel generico. “Sa, stiamo lavorando anche noi nel nostro giardino qui dietro.”
Mi ha risposto che la settima prossima comprerà due composter, che potremo usare anche noi.
“Col vostro giardino non ho ancora iniziato”, ha aggiunto con un tono quasi di scusa. Avei dovuto ribattere: “Ah, non si disturbi. Ce ne occupiamo noi.” E invece ho emesso, guardando in alto a destra, uno di quei suoni tappabuchi che mi escono quando non so cosa dire, o non ho il coraggio di dire quello che penso.
Fatto sta che qualche ora dopo, mentre stavo appunto guardando Ellen, me la ritrovo fuori dalla finestra a togliere erbacce. A quel punto sono stato assalito da un forte senso di colpa (lei lavora nel nostro giardino e io sto qui bel bello a guardarmi Ellen) e dal pensiero sconcio di cercare di far amicizia per arrivare al figlio, che vorrei sposare, pensiero che ha scatenato un ulteriore senso di colpa in quanto il figlio è di sicuro minorenne.
L’ho salutata dalla scrivania, lei si è guardata in giro per capire da dove venisse quel “Hallo”. Mi ha visto, ho aperto la finestra e ci siamo messi a fare due chiacchiere. Lei ha subito chiesto se preferivo parlare inglese. Ma porca di una madonna, è possibile che dopo sei anni che vivo qui mi facciano ancora questa domanda? Fa ancora così cagare il mio tedesco? Le ho proposto di aiutarla. Mi sono cambiato, ho preso i guanti e sono uscito spiccando un salto dalla finestra della cucina.
Indagando le piante che crescono selvagge nel nostro appezzamento, mi ha elargito una breve lezione di botanica. Lei poi è tornata a occuparsi delle aiuole del cortile interno e io sono rimasto in giardino a strappare piante, rimuovere spazzatura, raccogliere foglie col rastrello che mi aveva prestato lei e cercare di rimuovere l’edera che dal tronco dell’albero più vecchio si estende in orizzontale sul nostro praticello, la carogna. Dopo sei anni che viviamo qui ho finalmente sgomberato l’angolo tra la finestra di camera mia e il giardino del palazzo confinante da quell’ammasso di terra, foglie e detriti edili. Alzando un calcinaccio ho fatto scappare una scolopendra grande come il mio pisello. Spostando un mattone ho esposto alla luce del giorno un verme enorme color cistifellea cancrenosa.
Quando la vicina è tornata a vedere come procedeva il lavoro mi ha chiesto se può usare queste pietre che ho eliminato dall’angolo per decorare un’aiuola del cortile. “Certo”, le ho risposto. Mi ha anche chiesto se può trapiantare in cortile un paio di quelle piante belle di cui non conosciamo il nome che crescono davanti alle finestre di camera di Lupo e della cucina. “Chiaro”, ho replicato.
E poi mi ha chiesto se può piazzare nel nostro giardino i composter. “Non c’è problema”, le ho detto. Si augura che nessuno se li porti via. Ho cercato di rassicurarla spiegandole che nel nostro giardino non c’è mai nessuno. Ogni tanto i D. fanno un barbecue nella loro metà, ma loro sono gli hausmeister, i portinai, quindi c’è da star tranquilli. A proposito, fu proprio il signor D. che sei anni fa ci chiamò alla finestra per dirci che la cura di questo pezzo di giardino fuori dalle nostre finestre era nostra responsabilità. “Guardate com’è ridotto. Quelle puttane polacche che vivevano qui prima di voi non hanno mai fatto un cazzo!” A noi risultava che prima di noi ci vivesse un ricercatore tedesco di etica del lavoro, o filosofia dell’etica o una roba simile, che aveva una libreria che prendeva tutto il corridoio, un pianoforte in camera e un letto tenuto su da quattro mattoni. Si chiamava Yuri e quando venimmo a vedere l’appartamento ci invitò a bere il tè in cucina seduti al grazioso tavolino di vimini che poi gentilmente ci avrebbe lasciato assieme a una lavatrice, un frigorifero, un aspirapolvere e una credenza che aveva costruito lui. Si trasferiva in Baden-Württemberg e non aveva voglia di portarsi dietro tutta quella roba, ci disse. Un paio di settimane dopo che eravamo diventati i nuovi inquilini un pomeriggio suonarono alla porta. Era una giovane donna con un mazzo di fiori in mano. Si scusò del disturbo e ci disse di essere l’ex moglie di Yuri. Era venuta a prendersi il tavolino di vimini che lui ci aveva lasciato. Ci spiegò che il tavolino era suo e lui non aveva nessun diritto di lasciarcelo. Si scusò di nuovo e ci pregò di capire la sua posizione. Era imbarazzata ma determinata. Quel tavolino le era molto caro. Ci offrì in cambio il mazzo di fiori. Noi accettammo.
Tornado al giardino, dopo un’oretta di lavoro ho restituito il rastrello alla vicina dai capelli bianchi e le ho detto che per oggi per me bastava. “È bello stare all’aperto, no?”
“Sì.”
È andata a riporre il rastrello nello sgabuzzino del sottoscala e io l’ho seguita. Nello sgabuzzino ci sono vari attrezzi, che possiamo usare se vogliamo. Una chiave ce l’ha la famiglia D., l’altra ce l’ha lei. Da lì è tornata in cortile e io l’ho seguita. Ha scambiato due parole con due ragazze che erano scese a portare la spazzatura. Una di loro era visibilmente incinta e la vicina le ha detto: “Chissà chi di noi due porterà per prima a termine la cosa”. La ragazza non ha afferrato. “Chissà se finirò prima io di mettere in ordine le aiuole o tu di portare in grembo il tuo bambino.” La ragazza ha sorriso, ma credo abbia trovato fuori luogo il commento. La vicina allora si è rivolta a me e mi ha portato a vedere due radici che aveva estratto dal terreno. “Guarda che bella questa.”
“Wow, sembra una mandragora.”
“Una cosa?”
“Eh, non so come si dica in tedesco.”
“A me sembra un’eidechse.”
“Una cosa?”
“Uno di quei piccoli rettili che vivono in giardino. Non so come si dica in inglese.”
“Con le zampe? Ah, ho capito. È vero. Bella!”
“Tieni, te la regalo.”
Ora la radice lucertola sta nel nostro acquaio in cucina. L’ho raschiata con la spazzola e l’ho lasciata lì ad asciugare.
Ammetto che mi preoccupa un po’ l’idea che il nostro giardino venga ripulito e reso accogliente. Temo che diventerà palcoscenico di festicciole, cenette all’aperto e barbecue per tutti i condomini. Già questa sera andando in cucina a farmi un tè mi sono ritrovato fuori dalla finestra una famigliola che non avevo mai visto. Seduti a un tavolo di plastica bianco. Sembrava quello dei D. L’avranno chiesto in prestito. Non vorrei che adesso ogni paio d’ore ci fosse qualcuno fuori dalle nostre finestre che mangia e si intrattiene amabilmente. Non potrò più girare in mutande per casa. Per la cronaca, noi abitiamo al pianterreno e le nostre enormi finestre partono a 40 cm dal soffitto e finiscono a 80 cm dal pavimento, che è al livello del suolo esterno.

Ale

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