Un’amica mi ha chiesto di raccontare dell’iguana. Detto, fatto.
Stiamo guardando Heimat con Anna e Pulce. Dal pianerottolo arriva un rumore. Guardo gli altri e dico: “È caduto un vicino dalle scale.” Anna ride.
Mi alzo dal divano, vado alla porta e avvicino l’occhio allo spioncino. Non vedo niente, ma sento russare forte.
“C’è qualcuno che dorme sotto le scale!”
Arrivano Lupo, poi Pulce e poi Anna. Io mi sposto in cucina e mi accendo una sigaretta. Lupo guarda nello spioncino ed esclama: “Sì, Ale. Dorme!” Apre la porta e scopriamo cos’è successo. Il vicino del piano di sopra, quello con l’iguana, è accartocciato ai piedi delle scale, davanti alla porta della famiglia D. Russa. Lupo decide di provare a tirarlo in piedi, ma quando gli si avvicina scopre che una macchia di sangue si sta estendendo rossa da sotto la sua testa sulle piastrelle floreali del pianerottolo. Non è il caso di mettersi ad alzarlo.
“Io chiamo l’ambulanza”, annuncio. Corro in camera, alzo la cornetta e non mi ricordo il numero del notarzt. Chiedo ad Anna, che mi urla “112!” dal corridoio.
“Pronto. Buonasera. Può mandare un’ambulanza in ***straße 83? Il nostro vicino è caduto dalle scale e sanguina. È fuori dal nostro appartamento, dorme e sanguina dalla testa. Credo sia ubriaco. Non so, non lo conosco, credo 50-60 anni. È il vicino, è caduto dalle scale. Sì, da sopra. Non lo so da che piano, non l’abbiamo visto cadere, l’abbiamo sentito. Al primo piano. Abita al primo piano. No, come al secondo? Al pianoterra abitiamo noi, se è caduto… Non lo so. Anna, sai come si chiama? No, non lo sappiamo. Ah sì, aspetti, si chiama ***. Senta, può mandare un’ambulanza in fretta? Sta sanguinando molto! Sì, ***staße numero 83. A Neukölln. Passa il cortile interno e noi stiamo nel… blocco… dietro, al pianoterra, seconda porta a sinistra. Grazie.”
Torno in corridoio. Nel frattempo è arrivato un altro vicino. Un giovane sposino, come direbbe mia madre, che vive con una giovane sposina e un neonato al secondo o terzo piano. Chiede informazioni. Neanche lui conosce bene l’incidentato, che continua a russare. Il sangue si è fermato. È una macchia color porpora sul pavimento, tra la sua testa e lo spigolo dove il pianerottolo si restringe di fronte al nostro appartamento.
Lupo e lo sposino escono in strada ad aspettare l’ambulanza. Pulce li segue. Rimaniamo io e Anna sulla soglia di casa a parlare. Siamo entrambi agitati, ci batte forte il cuore.
L’unica cosa che so del vicino è che dal cortile interno si vedono le finestre del suo appartamento e da una di queste finestre si vede un terrario e di sera dentro il terrario illuminato si vede, a volte, un’iguana. Vive da solo. Io mi accendo un’altra sigaretta. “Non sapevo bevesse. Sì, ma quanto devi bere per cadere dalle scale e addormentarti, non accorgertene? Sì, in effetti se batti la testa. Un cosa? Ah, un trauma cranico. Eh, speriamo di no… Magari la tua vicina lo conosce. Ah, sì? Saranno compagni di sbronze. Ma possibile che i D. non abbiano sentito niente? È mezzo sul loro zerbino!”
Arrivano Lupo, lo sposino e Pulce, seguiti da tre uomini e una barella. I portantini ci chiedono cos’è successo, glielo spieghiamo. Lo alzano e cercano di capire da dove sanguini. Trovano il taglio e lo asciugano, lo medicano. Lui nel frattempo si è svegliato ma non dice niente. Guarda me ed Anna. Io provo a sorridergli. Ci chiedono se lo conosciamo, se beve. Anna gli risponde che non lo sappiamo ma supponiamo di sì. Ci chiedono come si chiama, se vive da solo. Gli diciamo che vive da solo e ha degli animali domestici. Una volta finita la fasciatura lo mettono sulla barella e ci dicono che lo porteranno all’ospedale di ***. Uno dei portantini fa: “Il sangue lo dovete pulire voi, noi non lo puliamo.” E un suo collega: “Potete mangiarlo se volete”, e ride. Noi ci guardiamo, Anna scoppia a ridere nascondendosi dietro la mia camicia. Se ne vanno con il vicino in barella.
Lo sposino ci saluta e sale le scale. Anna e Pulce lo seguono per andare a parlare alla vicina. Io e Lupo dobbiamo occuparci del sangue. Io passo a Lupo lo scottex, lui pulisce. Gliene passo mezzo rotolo, alternando bagnato e asciutto. Alla fine gli passo un sacchetto di plastica, Lupo ci infila lo scottex usato e va a portarlo fuori, poi rientriamo entrambi in casa. Io metto su il bollitore per fare un tè.
Suonano alla porta. Apro, sono Anna e Pulce. Anna chiude la porta e si schianta su uno sgabello in cucina, ride. La vicina le ha detto che aveva sentito anche lei il rumore dalle scale.
“E non si è chiesta cos’era? Non è uscita a vedere?”
“No. Ha detto che il suo cane però si è tutto agitato! Quella è fuori di testa.”
Mah, non so. So solo che ascolta sempre lo stesso disco dei Manowar, a tutte le ore del giorno e della notte, a seconda di quando i suoi compagni di sbronze vanno a trovarla.  Il suo salotto è sopra camera mia. Lanciano cose nel nostro giardino. Bottigliette di amaro soprattutto. In due occasioni uno di loro ha pisciato dalla finestra sul mio balcone. Non mi sono mai lamentato in sei anni. Solo una volta, qualche mese fa. Era mattina, verso le sette. Ascoltavano una versione techno della Lambada. Ho provato a riaddormentarmi, ma devono avermi davvero svegliato in un brutto momento perché più mi rigiravo nel letto e più mi cresceva una rabbia in petto che non vi dico. Mi sono alzato, ho preso la prima cosa vagamente utile che ho trovato in corridoio, l’aspirapolvere, e ho cominciato a battere sul soffitto. Ho aspettato un po’, ma la musica continuava. Mi sono infilato i pantaloni della tuta, le scarpe e sono salito. Ho suonato, lei dopo un paio di secondi ha aperto e il suo cagnolino è uscito ad annusarmi le scarpe e ha preso a girarmi attorno scodinzolante. Le chiedo se poteva, per favore, abbassare il volume e lei mi dice che no, non abbasserà il volume: non è alto, sono le sette del mattino e lei sta dando una festa. Accarezzo il cagnolino e le dico che il volume è troppo alto, che giù da noi si sente tutto. Lei ripete che il volume non è alto. Io mi accuccio a fare le faccette al cane e le ripeto che da noi si sente tutto. Lei dice che il volume non è alto. Mi alzo e me ne vado. A casa metto su il caffè e penso a come mi sono appena comportato. Possibile che fossi più interessato al suo cane che a far valere le mie ragioni? Sono matto. Sono incazzato, ma mi sento anche in colpa perché mi ricordo che lei sta facendo la chemio, me l’ha detto Anna. Da allora ogni volta che ci incontriamo in pianerottolo o fuori casa ci salutiamo cordialmente. Più cordialmente del solito. È come se tra noi da quella mattina si fosse instaurato un rapporto.
Tornando al vicino caduto dalle scale, Anna ci ha poi detto di aver cercato di interrogare un po’ la vicina per capire quanto intimi fossero lei e il caduto. Non si è capito. Anna le ha chiesto come si farà con i suoi animali domestici. La vicina le ha risposto che non possiede una copia delle chiavi del suo appartamento ma che il giorno dopo l’avrebbe chiamato al cellulare e avrebbero cercato di trovare una soluzione. Il bollitore ci ha richiamati al dovere. Abbiamo finito di preparare il tè e siamo tornati ad Heimat.

Da quella sera per più di un mese non abbiamo più visto le sue finestre illuminate dal cortile. Ci chiedevamo che fine avrebbe fatto l’iguana senza qualcuno che le desse da mangiare. L’abbiamo data per morta. E lui? Quanto ci vuole a riprendersi da un trauma cranico? Ci sarà stata qualche complicazione? Da allora di quando in quando ci interrogavamo sul suo stato di salute, suo e della sua iguana, senza sapere se e quando avremmo trovato delle risposte. Poi le risposte sono arrivate.
Un pomeriggio di due settimane fa, così, io e Lupo l’abbiamo adocchiato mentre passeggiava per la nostra via in compagnia dell’ex proprietario della kneipe all’angolo. Ci siamo sentiti molto sollevati.
Poi, due domeniche fa, al Karneval der Kulturen eravamo alla seconda caipirinha e ce lo siamo visti di nuovo passare davanti. Questa volta ci ha notati anche lui. Si è fermato, ci ha salutati, ci ha chiesto se eravamo noi che l’avevamo soccorso e ci ha stretto la mano. Gli abbiamo spiegato che eravamo stati noi a chiamare l’ambulanza. “Se non fosse stato per voi sarei morto”, ci ha detto, e per il quarto d’ora successivo ci ha raccontato le sue vicissitudini ospedaliere. Saranno state le due caipi, il sole, il suo accento berlinese o la sua articolazione approssimativa, ma non abbiamo capito niente. Lupo alla fine mi fa: “Ma io credevo tu stessi capendo. Annuivi nei momenti giusti.”
“No, è che seguivo il ritmo”, gli ho risposto. L’unica cosa che ho afferrato è che il suo tasso alcolico quella sera era del 2 ‰. E che l’hanno trasferito da un ospedale all’altro, ma non ho colto il perché. Lupo ha anche capito che oltre alla ferita alla testa aveva qualcosa che non andava alla schiena. “Quando all’ospedale mi hanno tolto la camicia hanno trovato…” Concluso il resoconto, prima di accomiatarsi ci ha presentato la donna che lo accompagnava come la sua fidanzata, sottolineando che lei era particolarmente contenta l’avessimo salvato. Ci hanno augurato entrambi buon divertimento al Karneval, augurio che abbiamo ricambiato, e hanno proseguito per la propria strada, lasciandoci a pigiare le nostre caipi con la cannuccia e a interrogarci sul contenuto del racconto. Mi dispiace non aver avuto il coraggio di chiedergli come stava l’iguana.
La settimana scorsa Anna ci ha raccontato di averlo incontrato sulle scale e di avergli chiesto come stava. Anche lei, che è tedesca, ha avuto difficoltà a seguirlo. È comunque venuto fuori che il primo ospedale in cui è stato ricoverato l’ha dimesso molto in fretta. A casa si è sentito male ed è andato a farsi visitare. Gli hanno diagnosticato un trauma cranico ed è stato rispedito in ospedale, un altro. Nel frattempo suo fratello si occupava dei suoi animali. Anna non era interessata a sapere esattamente di che animali si trattasse e non gli ha chiesto chiarimenti. Evidentemente non ha solo l’iguana, ma tuttora non sappiamo cos’altro viva con lui. Quando è finalmente tornato a casa, definitivamente curato, ha scoperto che in sua assenza gli animali erano usciti dalla gabbia e gli avevano sgranocchiato i cavi del server.
Dopo l’incontro al Karneval der Kulturen l’abbiamo incrociato un altro paio di volte, in cortile, sul portone di casa, in giro per Neukölln, e ogni volta si è dimostrato molto riverente nei nostri confronti. Ci teneva aperta la porta, faceva gesti ossequiosi, ci faceva strada, spargeva metaforici petali di rosa sulla terra che ci prestavamo a calpestare.

Ale

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