Finalmente sono riuscito a finire Tel Aviv. Eine Stadterzählung di Katharina Hacker (tascabili Suhrkamp, 2008; prima edizione 1997). È un libro molto sfuggente. Un lungo racconto urbano, come recita il sottotitolo. Una sorta di poema in prosa, composto di tante singole unità che a volte semplicemente si susseguono e a volte si intrecciano. Riflessioni filosofiche, brevi riprese cinematografiche e quadretti evocativi. Alcune strofe sono di una bellezza folgorante, altre molto secche e insipide, sabbiose.
Provo a tradurne alcune. Non so come mi riuscirà l’impresa visto che è la prima volta che traduco dal tedesco. Commenti e traduzioni alternative sono più che graditi; per questo trascrivo anche l’originale.

 

Die Häuser hier, in Florentin, Neweh Zedek, in Jaffo, sind in der Mehrzahl klein und verwahrlost. Werden sie angestrichen, dann machen sie sich lächerlich mit ihrem Aufputz und ihren Farben. Davor verbleicht Wäsche.
Andererseits scheint ihnen das wenig anzuhaben. Sie sehen noch immer aus wie zuvor. Das liegt vielleicht daran, daß Häuser hier einiges gewöhnt sind. Sie zerfallen vor dem Meer, und wenn es regnet, dann regnet es womöglich hinein. Meist kümmert man sich kaum um sie. Sollen sie zurechtkommen, die Häuser, und deswegen sehen sie erschreckt aus, wenn man sie Reparaturen und Renovationen unterzieht. Täuscht man sie nicht? Sie haben allen Grund, mißtrauisch zu sein. Man kann sie nämlich auch abreißen.
Mit der größtmöglichen Leichtigkeit.
(pp. 18-19)

Le case qui a Florentin, Neve Tzedek e a Giaffa sono per la maggior parte piccole e trascurate. Se vengono ridipinte, si rendono ridicole così agghindate e con quei colori. Davanti ci sbiadisce il bucato.
D’altro canto sembra che la cosa non le tocchi più di tanto. Hanno lo stesso aspetto di prima. Ciò dipende forse dal fatto che le case qui sono abituate a tutto. Di fronte al mare cadono a pezzi, e quando piove spesso vi piove dentro. Per lo più non ci si occupa di loro. Che se la cavino da sole, le case, e quindi appaiono spaventate quando le si sottopone a riparazioni e restauri. Le si vuole forse ingannare? Hanno ragione di essere sospettose. Le si può infatti anche demolire. Con estrema facilità.

(Quel “Täuscht man sie nicht?” mi mette in difficoltà)


Man kann die Stadt lieben, in der man lebt. Man kann in einer Stadt leben, die man liebt. Und das ist etwas ganz anderes, als gut zurechtkommen in einer Stadt. Wenn man eine Stadt liebt, dann ist sie ständig im Hintergrund dessen, was man tut in gerade dieser Stadt. Das kann stören. Eifersüchtig verlangt sie ihr Maß Aufmerksamkeit. Aber es kann einen glücklich machen. Jede Begegnung, jedes Ereignis und jede Tätigkeit hat ein besonderes Gewicht, eine Geschichte, die unbedingt zu erzählen ist, nicht für sich selbst, sondern um der Stadt willen. Man fällt nicht leicht von der Erdkruste. Die Blicke verhaken sich. Sie werfen Anker. (p. 21)

(Questa l’ho subito sentita mia e di Berlino)

Si può amare la città in cui si vive. Si può vivere in una città che si ama. Il che è del tutto diverso dal cavarsela in una città. Quando si ama una città, essa sta dietro tutto ciò che facciamo in questa città. Questo può disturbare. Gelosa, essa richiede la sua parte di attenzione. Ma può anche farti felice. Ogni incontro, ogni avvenimento e ogni attività ha un peso particolare, una storia, che va raccontata ad ogni costo, non per se stessa ma per volere della città. Non ci si stacca facilmente dalla crosta terrestre. Gli sguardi si agganciano. Gettano l’ancora.


Die Morgen sind nie harmlos und nie unschuldig. Schon bevor man aufsteht, können sie vieles ausgeheckt haben. Über Nacht haben sich die Dinge verschworen. Sie haben die Farbe geändert. Sie haben Namensschilder vertauscht. Sie machen kleine, unheimliche Geräusche. Im dämmrigen Licht springen sie über ihre Schatten. Hin und her. Und jeden Morgen wacht die Straße anders auf.
Ist es ein heißer, trüber Tag, so wie heute, dann ist die Straße ein großer, träger Fisch, ein Karpfen, der sich mit den Flossen Luft zufächelt und von jeder Bewegung, jedem Lärmen sich würdig gestört fühlt. Dann aber kommen Schwärme kleiner, flitzender Fische und stöbern ihn auf. Und mit einem Mal zeigt sich, daß auch der fette Karpfen ein Schwarm kleiner Fische ist, die sich das Aussehen eines großen Karpfen gegeben haben, um in Ruhe schlafen zu können.
(pp. 35-36)

I mattini non sono mai innocui, mai innocenti. Già prima di alzarsi possono aver escogitato di tutto. Durante la notte le cose hanno cospirato. Hanno cambiato colore. Si sono scambiate le etichette. Emettono rumorini inquietanti. Nella luce dell’alba cambiano forma. Avanti e indietro. E ogni mattina la strada si sveglia diversa.
Se il giorno è caldo e grigio, come oggi, la strada è un grosso pesce lento, una carpa, che si fa aria con le pinne e, sdegnosa, si sente disturbata da ogni movimento, ogni rumore. Poi però arriva un branco di pesciolini saettanti che la scovano. E di colpo anche la grassa carpa si rivela essere un branco di pesciolini che ha preso la forma di una carpa per poter dormire in pace.


David, Ilanas Mann, läuft tagsüber durch die Stadt, nachts sitzt er über den Computerspielen ihres Sohnes. Er läuft, weil sein Fahrrad gestohlen worden ist, vom Süden der Stadt bis in den Norden und zurück. Seit er zu Fuß gehen muß, sieht er viel mehr, zum Beispiel den Mann ohne Bein, sieht, daß der nur ein Auge hat und das andere aus Glas ist. Dann gibt es die Frau, die Büstenhalter und gerüschte Unterhosen in besonders großen Größen verkauft. Und den Russen, der Saxophon spielt, und die Russin, die Geige spielt, und eine Araberin, die manchmal Feigen verkauft, meistens aber gar nichts. Ein Frommer schreit Gebete, um den Verkehr aufzuhalten. Natürlich sind diejenigen in der Überzahl, die nur einkaufen gehen oder etwas zur Reparatur bringen, von der Arbeit kommen oder eine Verabredung haben. Aber, denkt David, es sind die anderen, die immer mehr werden. (p. 44)

David, il compagno di Ilana, di giorno cammina per la città, di notte sta seduto al computer sui giochi di suo figlio. Cammina, perché gli è stata rubata la bicicletta, da sud a nord e ritorno. Da quando deve andare in giro a piedi vede molto di più, per esempio, l’uomo senza una gamba, vede che ha solo un occhio, l’altro è di vetro. Poi c’è la donna che vende reggiseni e mutande leziose di grossa taglia. E il russo che suona il sax, e la russa che suona il violino, e un’araba che a volte vende fichi, il più delle volte però non vende niente. Un religioso urla preghiere per fermare il traffico. Naturalmente i più sono persone che vanno semplicemente a fare la spesa o portano qualcosa a riparare, che tornano dal lavoro o vanno a un appuntamento. Ma, pensa David, sono gli altri che aumentano in continuazione.


Eine Kakerlake im Winter, und auf der Straße wohlgemerkt, ist etwas anderes als eine Kakerlake im Sommer. Im Sommer ist sie ein Ärgernis, das mit ständiger Vermehrung droht. Im Winter ist sie der Sommer, spöttisch raschelnd. (p. 66)

Uno scarafaggio in inverno, visto per strada s’intende, è diverso da uno scarafaggio in estate. D’estate è una scocciatura, che minaccia di moltiplicarsi. D’inverno è l’estate, che striscia beffarda.


Wenn der Regen aufhört, werden alle von Eile ergriffen. Wenn die Sonne scheint, drängeln sie sich auf der Straße, als wolle jeder etwas sagen. Abends hängt ein ungeheuerlicher halber Mond hinter den Hochhäusern. Und immer noch ist die Stadt häßlich. Überhaupt ist es eine Stadt, die darauf angewiesen ist, daß man sie liebt. Womöglich besteht ihre Anziehung darin, daß sie sich nicht darum schert. Vieles wirkt veraltet, beinahe unwahrscheinlich. Die Dinge in den Schaufenstern der Allenby-Street gehören dazu. Glitzernde Kleider mit Federn und alte Schlösser und Schnabeltassen und Fähnchen und alte Zeitschriften. Kaum eingetroffen und aufgestellt, ist alles schon verblichen.
Es ist ein Ort für Dinge, die nicht am Platz sind. Vielleicht ist das, bei aller Grobheit, die Freundlichkeit Tel Avivs.
(pp. 83-84)

Quando smette di piovere tutti vengono presi dalla premura. Quando splende il sole si gettano in strada, come se volessero tutti dire qualcosa. Di sera una gigantesca mezzaluna pende dietro i palazzi. E la città rimane comunque brutta. È proprio una città che bisogna amare. Probabilmente il suo fascino deriva dal suo fregarsene. Molte cose appaiono invecchiate, quasi improbabili. Come gli oggetti nelle vetrine di Allenby Street. Abiti scintillanti con piume e vecchi lucchetti e tazze col beccuccio e bandierine e vecchi giornali. Appena arrivato ed esposto, è già tutto sbiadito. È un luogo per cose fuori posto. Forse è proprio questa, con tutta la sgarbataggine, la gentilezza di Tel Aviv.

(Non trovo il modo appropriato di rendere “bei aller Grobheit”)


Die Alten fehlen in gewisser Weise einfach. Hier fehlen die Alten, die ausgleichen. Während sie in Rechaviah, Jerusalem, eine Weltmacht sind, sehen sie hier immer aus, als seien sie versehentlich im Nachthemd auf die Straße gegangen. Sie erzählen, daß sie die Butter unters Bett geschoben haben, weil es dort am kühlsten ist. Sie haben kleine, unmögliche Hündchen, die sie an abgewetzten Hundeleinen hinter sich herschleppen.
Oder sie sind Kollaborateure, die Alten, nicht nur die gierig murmelnden Männer, sondern auch die Frauen. Die Köpfe schleudern sie auf zittrigen Knochen in den Nacken, und über weiten Bäuchen, Busen und Blusen atmen sie stolz. Ihre kleinen, klapprigen Schritte dirigieren sie mit weißen Sonnenschirmen und meinen, den Verkehr zu regeln.
(p.124)

I vecchi praticamente qui non ci sono. Mancano i vecchi che pareggino i conti. Mentre a Rechavia, a Gerusalemme, sono una potenza, qui sembra sempre che siano scesi in strada per sbaglio in vestaglia. Raccontano di aver messo il burro sotto il letto perché lì sta al fresco. Hanno dei cagnolini improbabili e se li trascinano dietro con guinzagli consunti.
Oppure sono collaboratori, i vecchi, non solo i maschi avidi e borbottanti ma anche le donne. Scaraventano su ossa tremule il capo nel collo, e respirano tronfi su pance larghe, seni e camicette. Gestiscono con ombrelli bianchi i loro passetti sconquassati e sostengono di regolare il traffico.

(Qui il problema sta in “Die Köpfe schleudern sie auf zittrigen Knochen in den Nacken”)


All das Pathos, Pathos der Erinnerung, Pathos der Nation: Die Wüste zum Blühen bringen.
Lautete das Versprechen nicht auf Milch und Honig? Eilig gehen Männer, Frauen mit ihren Telefonen über die Straße. Fahren mit dem Handy zum Reservedienst. Brüllen Zahlen und Aufträge und Projekte. Im Caféhaus. Im Autobus. In den Köpfen sausen Pläne und günstige Gelegenheiten, viel schneller, als die Erinnerungen, Tote, Kriege, wie langweilig das ist.

Der dauernden Aufregung ist Trägheit entgegenzusetzen. Lange, sinnlos verschlungene Gespräche der Grüppchen hier und dort, im Café, in diesem oder jenem Laden, im kleinen, staubigen Park vor der Synagoge. Die Zeit, die sich so vertreibt, ist eine ohne Katastrophen.
Diese Zeit kann man sich so denken: du kommst zurück, und mühelos erkennst du alles wieder.
Plötzlich schätzt du dich glücklich.
Du kommst zurück, und alle sitzen, wo sie zuvor gesessen haben.
Habt ihr Nachrichten gehört? fragst du, und alle winken ab.
Nichts Besonderes.
(pp. 125-126)

Tutto questo pathos, il pathos della memoria, il pathos della nazione: far fiorire il deserto.
Nella promessa non si parlava di latte e miele? In fretta gli uomini, le donne, attraversano la strada con i loro telefonini. In macchina col loro cellulare verso il servizio di riserva. Sbraitano cifre, ordini, progetti. Al bar. Sul bus. Nelle teste ronzano programmi e occasioni favorevoli, più veloci della memoria, dei morti, delle guerre, che noia.

All’agitazione costante va contrapposta la pigrizia. Lunghi e insensati discorsi che si intrecciano di gruppetti qua e là, nei bar, nell’uno o nell’altro negozio, in piccoli parchi polverosi davanti alla sinagoga. Il tempo che passa così è un tempo senza catastrofi.
Lo si può immaginare in questo modo questo tempo: torni, e senza troppi sforzi riconosci ogni cosa.
Improvvisamente ti ritieni felice.
Torni, e tutti siedono dov’erano seduti prima.
Avete avuto qualche notizia? – chiedi, e tutti fanno cenno di no. Niente di straordinario.

 

Anna, a cui ho chiesto di spiegarmi un paio di passaggi che non ero sicuro di interpretare correttamente (per esempio, quel “Sollen sie zurechtkommen” della prima citazione), mi ha liquidato il tutto come merda artificiosa che vuole essere poesia. Ha detto proprio “Kacke”. Devo ammettere di essere un po’ sprofondato di imbarazzo.

Ale

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