Big hands, I know you’re the one


La visione di Glue mi ha spinto a procacciarmi il primo album dei Violent femmes. Più precisamente, ad accantonare la nausea procuratami da innumerevoli ascolti giornalieri coatti e godermi questo capolavoro.


I’m gonna hack-hack-hack-hack it apart


Sì, perché dodici anni fa ho vissuto con un greco che riusciva ad ascoltare questo disco ogni giorno, anche tre volte di fila: per due volte ad un volume sufficientemente alto perché la musica si sentisse in tutto l’appartamento; la terza volta abbassava il volume e si sentiva solo in corridoio, o addirittura si metteva le cuffie e allora si sentiva solo se passavi davanti alla sua porta. A volte poi riascoltava un singolo brano anche 5/6 volte di fila. Di solito Kiss Off. Ora lo faccio anch’io…

In realtà i greci erano quattro: Panos, Timos, Leos e Costas. Panos era il fan dei Violent femmes. Però anche a Timos piacevano. Una volta mi raccontò estasiato del loro concerto di Atene, con l’acropoli illuminata che si stagliava sul cielo dietro il palco. Chissà perché io, che al tempo non sapevo come fossero fatti questi Violent Femmes, a quel punto mi figurai i Cramps che cantavano sotto le rovine greche illuminate di giallo, verde, rosso.

Leos invece ascoltava gli Aerosmith, e una volta fece girare un greatest hits in loop a tutto volume per ore. Timos ogni tanto si alzava dalla scrivania e andava a battere i pugni sulla porta di Leos imprecando. Alla fine venne fuori che il coglione era uscito di casa lasciando lo stereo acceso. Timos al suo ritorno lo cazziò, ma non servì a molto: Leos l’avrebbe poi rifatto almeno un altro paio di volte.


Oh, ma mumma mamma mo ma mum, have you kept your eye, your eye on your son? I know you have had problems, you are not the only one


Tra parentesi, la madre di Leos gli spediva più o meno una volta al mese un’abbondante porzione di moussaka direttamente da Creta. In un contenitore Tupperware infilato in una busta imbottita, che è quasi sempre arrivato integro a destinazione.


How long can the days go on…


Costas rimase con noi solo un paio di settimane, poi si trasferì in un altro appartamento con la propria ragazza. Peccato: mi regalava le sigarette. Al suo posto arrivò un brasiliano, che Timos prendeva in giro perché parlava come un gangsta. Poi anche il brasiliano lasciò e la sua stanza rimase sfitta. I greci tra di loro parlavano tutto il tempo in greco e spesso ridacchiavano alle mie spalle. Mie e dell’altro non greco: un austriaco mezzo nobile, gran viveur. Con i non greci parlavano in inglese. Eravamo in Galles.


Seems like there’s a good reason to worry, worry, worry. Seems like a damn good reason to worry, worry, worry. I’d sit around listening to your story, if I wasn’t in such a hurry, hurry, hurry


Ogni tanto, la notte, Panos e Timos uscivano di casa per tornare dopo tre quarti d’ora con due mezzi polli allo spiedo e abbondanti patatine fritte, che consumavano voracemente in cucina vociando e sghignazzando, fumatissimi. Se in quelle occasioni andavo in cucina a farmi un tè o un sandwich, a volte mi ignoravano, a volte Timos, se era di buon umore, mi chiedeva un paio di cose, mi punzecchiava e si discuteva un po’. Era un tizio molto sveglio e gli piacevano le scaramucce retoriche, ma in questo l’austriaco gli dava più gusto di me. Era tendenzialmente stronzo, Timos, ma gli stavo simpatico e in fin dei conti il sentimento era reciproco.

Una notte, sono disteso a letto e mi sto per addormentare, la porta di casa si apre con uno schianto e un uomo entra in casa, corre lungo il corridoio fino alla cucina, urlando come un matto. Un urlo intermittente e bestiale che mi gela il sangue. Noto che la porta di camera mia è socchiusa. L’uomo torna indietro, viene verso camera mia. Potrei scendere dal letto e con un balzo lanciarmi sulla porta e chiuderla, ma la paura mi inchioda al materasso. L’uomo passa davanti alla mia stanza e procede verso l’ingresso; arrivato lì torna indietro, torna in cucina, continuando a urlare. Va avanti e indietro un paio di volte e poi esce, scende le scale. A quel punto mi alzo dal letto, chiudo la porta di camera mia e mi precipito alla finestra: scosto le tende e guardo giù verso il parcheggio. Dal nostro edificio esce un uomo: riconosco Timos.


I take one, one, one ‘cause you left me and two, two, two for my family and three, three, three for my heartache and four, four, four for my headaches and five, five, five for my lonely and six, six, six for my sorrow and seven, seven for n-n-no tomorrow and eight, eight… I forget what eight was for but nine, nine, nine for a lost god, ten, ten, ten, ten for everything, everything, everything


Il giorno dopo ne parlammo. Si scusò, ma non mi spiegò esattamente cosa gli fosse successo. Gli dissi che quell’urlo mi aveva terrorizzato. Lui scoppiò a ridere e volle saperne di più, così gli raccontai di come non fossi riuscito a muovermi dal letto, di come quel grido disumano mi fosse sembrato il verso di un uomo che aveva del tutto perso la ragione e che se fosse entrato in camera mia… non so. Da quel giorno Timos prese ad avvicinarsi di soppiatto mentre lavavo una tazza in cucina o leggevo una dispensa seduto alla scrivania e a urlarmi alle spalle: ogni volta mi veniva un mezzo infarto e poi mi incazzavo. Lui rideva e io gli dicevo che era un coglione e che non doveva farlo mai più. Da un giorno all’altro smise di farlo.


I hope you know that this will go down on your permanent record. Oh, yeah? Well, don’t get so distressed. Did I happen to mention that I’m impressed?


Una notte Timos e Panos tornano a casa ubriachi e correndo, urlando, per il corridoio prendono a pugni i lampadari: le lampadine vanno a pezzi, un lampadario vola a terra. Arrivano in cucina e calciano il sacchetto dell’immondizia in un angolo.


Why, why, why would I lie to you?… With a smile or a frown, I’m so tired of you being around, you gave me some sexual acts, but now I’m just gonna have to tell you all the facts. What could that be? Well, here’s a clue…


Una mattina tornai a casa sconvolto da un litigio con il mio ragazzo. Mi fiondai in camera sbattendo la porta. I miei coinquilini stavano facendo colazione. Dopo qualche minuto bussano alla mia porta: apro ed è l’austriaco che mi chiede se c’è qualcosa che non va. Gli faccio capire che voglio starmene un po’ solo.


‘cause it’s gone, daddy, gone, your love is gone, it’s gone, daddy, gone, the love is gone, yeah, it’s gone, daddy, gone, the love is gone, yeah, it’s gone, daddy, gone, the love is gone away


Nel pomeriggio, mentre stavo facendo bollire del riso, Timos entrò in cucina e mi chiese come andava, cos’era successo. Lo guardai, lui mi sorrideva benevolo. Allora gli raccontai del mio ragazzo e dei nostri cazzi e quello fu il mio coming out con Timos. Parlammo per un’oretta, lui la prese bene. Mi disse che invece, secondo lui, Leos non avrebbe capito, Panos probabilmente non avrebbe avuto troppi problemi ad accettare la mia sessualità ma lui comunque mi consigliava di tenermelo per me, dell’austriaco non c’era di che preoccuparsi. Io di raccontarlo a Panos e Leos non ci pensavo nemmeno.


Just what I’ve been through is nothing like where I’m going to


Quando nell’appartamento della mia amica S. si liberò una stanza decisi di trasferirmici. Salutai i greci, l’austriaco era sparito. Forse era sceso in Germania con la sua ragazza, non ricordo. L’avrei incontrato qualche mese più tardi all’entrata dello student village: indossava un cappotto anni ’70 con collo di pelliccia, comprato a Londra. Non gli stava bene. Non era il suo stile. Ora ricordo una cosa: qualche ora dopo il coming out in cucina con Timos, anche l’austriaco venne a chiedermi se stavo meglio. Entrò in camera mia, si sedette sul mio letto. Gli raccontai più o meno le stesse cose che avevo raccontato a Timos. La sua reazione fu molto diversa. Sembrava che l’idea di vivere con un finocchio lo divertisse, sembrava non vedesse l’ora di raccontarlo ai suoi amici. “I’m okay with that”, gli dissi. Mi disse che, anzi, anche lui ogni tanto pensava, sì, insomma, di essere bisessuale. “Bisexual like Brett Anderson?”. Sì, non aveva mai fatto sesso con un uomo, ma in teoria non escludeva la possibilità di farlo in futuro. “I’m okay with that”, gli dissi.

Non avrei mai più rivisto Panos e Leos. Timos invece sì.


You know you’ve got my sympathy, but don’t shoot-shoot-shoot that thing at me


Un giorno Timos venne a trovarmi nel mio nuovo appartamento. Si sedette sul mio letto e, dopo due convenevoli e un paio di silenzi imbarazzati, cominciò a raccontarmi di come lui e gli altri greci ridessero alle mie spalle quando vivevamo assieme. Sì, perché decoravo lo specchio di camera mia con paillette colorate e perché non parlavo molto e quando lo facevo dicevo cose strane o irrilevanti. Ma soprattutto perché non mi ero mai accorto che mi rubavano regolarmente il prosciutto. Già, quel prosciutto Tesco. Tante fette rosa quadrate tutte uguali messe una sopra l’altra in un contenitore di plastica quadrato.

“Va be’, ma era impossibile accorgersene. Mica contavo le fette rimaste prima di rimettere la confezione in frigo”.

“Ok, ma non ti accorgevi di niente neanche quando eravamo noi ad aprire la scatoletta per primi, appena tornavi dal supermercato”.

“Ah, be’… Comunque è davvero un piacere sentire questa cosa…”.

“E anche il formaggio ti fregavamo!”.

“Basta!”.


Good feeling, won’t you stay with me just a little longer? It always seems that you’re leaving, when I need you here just a little longer


Ale

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