1. Milano (e dintorni) e il divino


Seguendo i consigli della guida Time Out letta prima della partenza, io e Lupo abbiamo visitato diverse chiese.

S. Nicola, in via S. Gregorio, è l’ex chiesa del lazzaretto, ora chiesa russa ortodossa. Arrivati al cancello, chiuso, abbiamo notato un cartello con un numero di cellulare scritto a mano da chiamare per farsi aprire. Ho chiamato: non ha risposto nessuno, ma dal nartece è uscito un giovane pope ed è venuto ad aprirci. Tonaca grigia, barba curata, faccione severo ma assolutamente non ostile. Mentre noi gironzolavamo per il vestibolo esterno, lui era occupato ad accendere candele – quelle candele gialle e sottili delle chiese ortodosse il cui profumo tanto mi piace. C’erano un sacco di stoffe colorate e quadretti appesi ai muri esterni dell’edificio, iconcine e altri oggetti in vendita, sul pavimento tappeti e oltre le colonne un giardino ben tenuto con fontanella. Abbiamo buttato un occhio all’interno della chiesa vera e propria e quando stavamo per andarcene, dal giardino è arrivato un gatto bianco e grigio con un campanello al collare: ci ha guardati per un attimo con il suo muso triangolare e le orecchie triangolari e, scampanellando, se ne è tornato a Costantinopoli.

La sera, mentre stiamo prendendo un aperitivo su viale Monte Nero, mi squilla il cellulare:

“Pronto? Pronto… non la sento, un attimo”.

“Sì, chi è… ”.

“Un secondo che esco. Ecco. Mi scusi. Ero… al bar”.

“Sì, chi è lei?”. Ha un accento straniero.

“Io? *** E lei chi è?”.

“Sono padre Pavel”.

“… Ah! Della chiesa… in via S. Gregorio”.

“Sì!”. Ride. “Mi ha chiamato al cellulare…”.

“Sì, volevo visitare la chiesa con un amico.”.

“Ma che numero è questo? Non è italiano”.

“No, è tedesco.”.

“Ah, Sie sind Deutscher”.

“Nein, ich bin Italiener. Aber ich lebe in Deutschland”.

“Capisco. Adesso però la chiesa è chiusa”.

“Ah, ma poi l’abbiamo visitata. Ci ha aperto un giovane… prete molto simpatico”.

“Sì, mi ha detto. Un uomo con la cresta…”.

“Sì, quello è il mio amico. Siamo qui a Milano in vacanza e… volevamo vedere la vostra chiesa”.

“Bene. Sì, mi ha detto di voi. E vi è piaciuta?”.

“Sì, molto bella. Mi piacciono sempre le chiese ortodosse… Ma di che rito…?”.

“Comunque…”.

“Come?”.

“Comunque non è un giovane prete. Quello è il nostro decano”.

“Ah, non sapevo. Così giovane?”. Ma stiamo parlando della stessa persona?

Ride “Sì, sì. Beh, allora la saluto”.

“Va bene… Grazie allora. Buona serata”.

“Buonasera”.


Ho scoperto che in Italia anche le chiese vanno in vacanza. E così non siamo riusciti a visitare, per esempio, S. Sepolcro e S. Pietro in Gessate. Lupo già conosceva S. Maria presso S. Satiro e mi aveva confermato che vale davvero la pena dare un’occhiata al trompe-l’oeil del Bramante che rende concava un’abside quasi piatta. Arrivati in via Torino, ci siamo trovati di fronte a un cancello incatenato e a un cartello che diceva: CHIUSO dal 1 al 30 agosto, rivolgersi alla parrocchia di S. Giorgio. A me è scappato un porcone. Sul sagrato oltre il cancello un prete stava caricando delle valigie su un’auto. Mi lanciava sguardi indecifrabili mentre stavo lì a maledire il mondo con l’agendina e la penna in mano. Lupo mi ha detto: “Su, Ale, andiamo”. Io ho pensato: “Proviamoci”, e ho chiamato il prete. Bofonchiando si è avvicinato al cancello. Gli ho chiesto se ci poteva gentilmente aprire. “Vorremmo visitare la chiesa”. Borbottando è tornato alla macchina per prendere le chiavi. “Fate veloce però”.

L’abbiamo molto ringraziato e, una volta ammirato quel che c’era da ammirare, gli abbiamo anche lasciato un’offerta. All’uscita ci ha sorriso e ci ha chiesto da dove venissimo.

“Siamo italiani, ma viviamo in Germania”. Ha mormorato qualcosa tra sé e sé e ha richiuso il lucchetto.


S. Bernardino alle Ossa è stata la scoperta più interessante. La cripta dei cappuccini in via Vittorio Veneto a Roma, che pur continuo a ricordare con grande piacere, è un curiosum senza troppe pretese artistiche. L’ossario di S. Bernardino ha invece un programma decorativo più elaborato alle spalle e l’effetto finale è molto più ricco. Le pareti della cappella sono decorate fino al soffitto con teschi e altre ossa umane di “pazienti del vecchio ospedale del Brolo, priori e fratelli che lo dirigevano, condannati alla decapitazione, carcerati morti nelle prigioni dopo che nel 1622 il loro apposito cimitero risultò insufficiente, appartenenti alla più alta nobiltà milanese che riposavano nei sepolcri gentili delle chiese vicine, canonici della basilica di S. Stefano”. Le ossa sono grigie, alcuni teschi parzialmente gialli, lucidati dalle dita dai fedeli, alcuni dei quali infilano anche dei foglietti tra un teschio e l’altro o nelle orbite vuote. Alzando gli occhi lungo queste pareti grigie di ossa verso la cupola rimani quasi abbagliato dai colori delle “anime purganti che ascendono alla gloria del Paradiso” di Sebastiano Ricci. Prima di uscire ho accarezzato anch’io un teschio: il mio primo teschio, credo. Fuori dall’ossario c’è un foglio ingiallito incorniciato e appeso sopra un inginocchiatoio: “Adorazioni alle Sacratissime Piaghe di Gesù”. Una preghiera per ogni piaga. Sacra Piaga del costato, ti bacio e ti adoro…


Della basilica di S. Eustorgio ricordo i reliquiari e la Cappella Portinari, con l’arca marmorea con le virtù teologali e morali e la cupola arcobaleno.


La certosa di Garegnano l’ho visitata da solo. Sulle pareti e sul soffitto della navata centrale sono affrescati, oltre ai soliti cristi, santi e madonne, anche dei certosini, con il loro saio bianco. Appena si entra, sulla destra, c’è un monaco che tiene in mano una zampa di cavallo (?) mozzata.


In un chiostro di S. Maria delle Grazie io e la mia amica Lotte ci siamo lavati i piedi con l’acqua sputata dalla rana di una fontanella prima di ammirare Il cenacolo.


Nei nostri giri fuori Milano abbiamo visitato:

– il Santuario di Oropa, con la sua Madonna nera che sono riuscito a vedere solo da lontano perché quando sono entrato nella chiesetta che la ospita il prete stava celebrando la messa;

– a Biella la cattedrale di S. Stefano, dentro tutta dipinta di bianco, grigio e verde;

– con i miei genitori il duomo di Cremona, S. Pietro in Ciel d’Oro (Pavia), dove sono sepolti Agostino d’Ippona e Severino Boezio, e la Certosa di Pavia. Bellissima. I certosini eremiti originari si sono trasferiti in Calabria negli anni ’60 del secolo scorso. Non ho capito perché. Saranno andati a raggiungere il loro san Bruno. Ora nella certosa vivono dei cistercensi (benedettini hardcore) cenobiti. Il monaco che ci ha guidati era molto simpatico. Mi ha ricordato i monaci di Münsterschwarzach che stampavano il catalogo di uno dei clienti di Manfredo; anche loro erano benedettini. Questo di Pavia era mulatto e, secondo me, aveva un accento sudamericano. Probabilmente era di origine brasiliana. Ci ha fatto vedere il cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este (in marmo, malato di cancro: il Moro sta perdendo le dita) e la tomba di Gian Galeazzo Visconti e Isabella Valois, l’affresco con gli angeli di lapislazzuli che non è mai stato restaurato e ancora brilla, il trittico di Baldassarre degli Embriachi (zanne di elefante, denti di ippopotamo e ossa di altri animali) che fu rubato e ritrovato, grazie a una soffiata, qualche anno più tardi sparso per tutta Italia, il coro dei certosini in legno intarsiato, i chiostri decorati con terracotta e marmo e le cellette dei certosini che in realtà sono dei mini appartamenti con giardino interno.


Con i genitori di Lupo abbiamo esplorato il Parco nazionale delle incisioni rupestri di Naquane, con gli ometti del Rame, del Bronzo e del Ferro picchiettati o incisi su rocce grigio-violacee (arenaria permiana). Sulla roccia No. 70 (età del ferro) è rappresentato il dio cornuto Cernunnos. Lo osservavo divertito: sembra un giocattolone. Poi ho cambiato idea (non dev’essere un dio tanto benevolo), e mi sono inquietato. Stordito dal sole e dalla stanchezza, ho distolto un attimo lo sguardo dalla roccia e mi sono guardato le scarpe e la ghiaia che calpestavo… Tra i sassolini vedo una conchiglia fossilizzata. L’ho raccolta felice, pensando fosse un dono di Cernunnos, un segno di benevolenza, e me la sono messa in tasca. Poi ho pensato: e se si trattasse invece dell’offerta di un qualche fedele wiccheggiante? Ora il dio mi scaglierebbe contro un paio di serpenti infuocati… o mi farebbe morire atrocemente fra qualche anno. Prima di andarmene con la mia conchiglia, l’ho ringraziato con un inchino. Spero abbia apprezzato il gesto.


In una chiesetta di Edolo (BS) una statua di legno dipinto in una nicchia sopra un portone laterale ha attirato la mia attenzione: era un santo che esponeva la parte superiore della coscia sinistra. Sembrava mostrare un livido. O forse, ho pensato, è solo una macchia del legno. La settimana successiva a Milano (Pinacoteca di Brera) ho rivisto lo stesso santo dipinto da Palma il Vecchio, senza livido. Ho scoperto che si tratta di san Rocco. Nella pinacoteca del Castello Sforzesco ne ho visti altri due, con livido. Novella Winona, mi sono documentato e ho scoperto che san Rocco curava gli appestati ed è considerato il protettore dei contagiati.

Ale


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