L’unico randagio che frequenta il nostro giardino (gli altri sono gatti di gente che abita qui attorno) viene solo quando ha bisogno di mangiare qualche erba. Arriva dalla scuola, attraversa la nostra porzione di giardino, ancora ingombra di foglie cadute lo scorso autunno, poi la striscia di cemento che la divide dall’appezzamento della famiglia D. (quello ricco di lumache) e si lancia su una certa erba, che cresce tra varie altre erbacce e fiori di tarassaco. Sta lì qualche minuto: addenta le punte di queste foglie sottili e ogni trenta secondi si ferma e di scatto si volta per guardarsi alle spalle, per controllare che non ci sia nessuno nei paraggi. Non va d’accordo con gli altri gatti, quelli muniti di collare. Nemmeno con gli umani, credo. Se incrocia il mio sguardo mentre lo osservo dalla finestra della cucina, mi fissa per un po’ con i suoi occhi da matto e, rassicurato, forse dal vetro che divide la nostra cucina dal giardino oppure dai miei movimenti lenti o dalle mie parole, torna a masticare l’erba medica. Ha un bel pelo lucido, maculato sopra e bianco sotto. Una volta che ne ha mangiata abbastanza se ne va, attraversando il nostro appezzamento il più veloce possibile, senza soffermarsi neanche un attimo tra le piante che stanno crescendo o tra le pietre sparse qua e là. Prima di infilarsi nell’apertura tra la nostra rete e quella della scuola, si volta un’ultima volta e guarda che nessuno lo stia seguendo.

Ale
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