If you feel like it, sing along
And if you don’t wanna sing along
Maybe you can clap your hands

1. Me being dominant

a) Dalla cucina rispondo a Lupo che mi chiede, da camera sua, come fa di cognome quell’attore che piace alla sua ragazza. Urlo, perché l’acqua scorre sui piatti, le tazze e le posate. Non mi sente. Chiudo il rubinetto, mi gratto il naso con un dito inguantato di plastica rosa e urlo ancora più forte, anche se non ce n’è più bisogno: “Santamaria!”.

b) I vicini si fanno una grigliata in giardino, fuori dalla finestra della nostra cucina. Io metto su i Gorilla Biscuits e apro il vasistas.

c) Ulla mi racconta del suo ultimo amore impossibile: un trip narcisistico; la ascolto con un’aria da consumato sciupaego e fantasticatore. Le dico la mia, le do qualche consiglio, le faccio un paio di domande e poi la informo che secondo me non le interessa davvero conoscere meglio quel ragazzo o averci una storia: cerca soltanto di rimettere in sesto la propria autostima frantumata, o di polverizzarla del tutto. Comunque è tutto un esercizio di solipsismo. L’amore è un’altra cosa. Io ne so qualcosa.

2. Me being a shrinking violet, as usual

a) Visto che, dopo essere stato attaccato da un cane due anni fa facendo jogging, ho paura di ascoltare musica in cuffia mentre corro, le canzoni ora me le canto da solo quando sgambetto lungo il canale.

b) Mi riguardo la scena iniziale di Infamous (molto, ma molto più bello di Capote). In un nightclub Toby Jones e Sigourney Weaver ascoltano Gwyneth Paltrow che dal palco canta una canzone d’amore. Gli avventori, ognuno al proprio tavolo, chiacchierano, devono champagne, mangiano tartufi e caviale; la canzone (“What is this thing called Love?”) è un sottofondo a cui prestano un’attenzione minima. Dopo un paio di strofe Gwyneth Paltrow smette di cantare. Abbassa la testa, l’orchestra smette di suonare. La gente smette di chiacchierare e guarda verso il palcoscenico. La cantante alza la testa: i suoi occhi sono lucidi. Avvicina appena le labbra al microfono e, a fil di voce, canta la strofa successiva. Parla, la voce incrinata da un pianto debole ma inequivocabile. Il pubblico sembra trattenere il respiro. La cantante riabbassa la testa, appoggia un dito inguantato di seta bianca sul bordo di un occhio; si volta verso i suoi musicisti e fa loro un cenno; riprendono a suonare. E lei a cantare, sorridente e charmant. Il pubblico fa un sospiro di sollievo, Toby Jones e Sigourney Weaver sorridono inteneriti, amazed by her weakness and her strength. Tutti ricominciano a chiacchierare, bere e mangiare.

c) Venerdì sera non riuscivo a guardare negli occhi nessuno senza arrossire e perdere il controllo, dopo tre secondi, di tutti i muscoli attorno alla bocca. Gente che non conoscevo, gente che conoscevo così così e gente che conoscevo bene: ogni conversazione era una tortura, per me e per il mio interlocutore, che mi vedeva in difficoltà e si chiedeva che cazzo di problema avessi.

Ma come? Ieri ero tutto sciolto, addirittura arguto, audace. E la cosa inquietante è che non so mai prima di uscire di casa se una volta in mezzo alla gente sarò timido al limite dello psicotico o spavaldo e socievole. Lo scopro una volta che, nella mischia, la prima persona mi rivolge la parola.

3. Me going “pure id”

a) Cerco Early Netherlandish Painting di Panofsky, Erwin su ZVAB, lo trovo per 35,00 EUR da un antiquario di Wassenaar e, senza pensarci troppo, lo compro.

b) In cucina ballo per la durata di un Justin Timberlake e mezzo notiziario mentre l’acqua bolle.

c) In cortile Lotte si ferma ad accarezzare la gatta grigia. Sta lì mezz’ora a titillarla e io mi annoio e mi innervosisco: abbiamo un appuntamento difficile io e Lotte e lei sta qui a masturbare la gatta.

“Ma poi e un gatto o una gatta?”.
“Oh, Ale, e che ne so? Devi guardarla tra le zampe”.

La micia giusto in quel momento si mette a pancia all’aria. Lotte si mette a massaggiarle la pancia.

“Su, gattina, facci vedere i tuoi genitali”.
“Ale! Ma cos’hai oggi?”.
“Come cos’ho? L’hai detto tu di guardarle in mezzo alle zampe. E tra le zampe ci sono i genitali, se non ricordo male. Su, gatta-barra-gatto, vediamo se hai il cazzo o una gran… ”.
“ALE!”.

Lascio perdere. Secondo me è una gatta. Lotte continua a torturarla di carezze. Sono contente entrambe.

Passa la gatta nera e io faccio: “La odio quella nera!”.
“Ale! Poverina, è solo traumatizzata…”.
“Oh, tu con questa storia dei traumi! Non è che ogni gatto insofferente nei confronti degli umani sia traumatizzato…”.

“Ma sì invece. Non si lascia avvicinare perché le persone che l’hanno allevata l’hanno trattata male, o l’hanno usata come orsacchiotto o come sostituto di un figlio…”.

“Ma va là! Sì, ok, questo può valere per certi gatti, ma questa nera dei miei coglioni è semplicemente una troia antipatica che odia tutti tranne se stessa e i suoi giochetti!”.
“Ale!”.
“Ma sì, è una stronza egoista del cazzo. Odia gli uomini perché per lei non sono altro che un ostacolo tra lei e i suoi vagabondaggi egoistici di merda!”.
“Oh, insomma. La smetti!?”.

4. Me being prude

a) Seduto alla finestra della cucina, ascolto un tango di Pyotr Leshchenko mentre fuori i vicini stanno preparando il barbecue. Sfoglio un paio di riviste, mi alzo e mi risiedo, poi me ne vado: non mi piace quando c’è gente fuori dalla cucina.

b) Seduto al computer ascolto in cuffia i Death Cab for Cutie. Niente da fare, non mi piacciono. Sento le foglie morte scricchiolare in giardino, guardo dalla finestra e vedo un gatto che si accuccia per fare la cacca. Distolgo lo sguardo, per decenza.

c) Ulla mi racconta del suo primo one-night stand e io non so che dirle. Sono imbarazzato dalla sua felicità e spero solo che la cosa finisca in fretta. Riferisce con grande dovizia di particolari. Riesco a dirle che sono contento per lei, che si è meritata una storia gratificante, e arrossisco.

Qualche giorno dopo dirò a Kartch che non è stata una brutta chiacchierata, come invece può succedere a volte con Ulla, che ha una passione per le storie dolorosissime e senza speranza. Sag mal, spinnst du jetzt total?

5. Me being sassy for a change

a) Al computer rispondo in fretta, in bilico sull’orlo della sedia, a un paio di mail. Scrivo di getto, d’istinto, una la spedisco subito e non me ne pentirò. L’altra la rileggerò la sera e mi chiederò chi l’ha scritta, qualche ora prima: non certo io. La riscriverò e la spedirò qualche giorno dopo, dopo averla rimaneggiata più volte.

b) Seduto alla finestra della cucina, leggo Il visconte dimezzato fumando una sigaretta. Rido di gusto.

c) Sabato sera ero molto sciolto, decisamente su di giri. Ho addirittura detto a S., in risposta al suo “Fa schifo quello che sto facendo?”, che anzi trovavo molto sexy come mangiava il cornetto intinto nel caffè.

6. Me being a redneck

a) Leggo Repubblica e bestemmio come un vero veneto.

b) Ascolto Radio Fritz, bevo birra e rutto.

c) Mi presento in galleria sudato, con la barba sfatta e un paio di pantaloni macchiati di farina in più punti. Il maglione viola, la giacca verde, la sciarpa doubleface rossa e a fiori blu su sfondo bianco, le scarpe marroni sfondate.

7. Me going Chicken

a) Mi chiedo dove sia finito il disegno che feci il primo giorno di scuola. Si chiamava Il tunnel dell’amore. C’erano diverse coppiette (etero) sedute su un trenino che entrava e usciva da una galleria colorata in un luna park – uno dei miei soggetti preferiti assieme alle sirene e ai centauri – e un sacco di cuoricini sospesi tra prato e cielo. Un personaggio solitario all’uscita del tunnel diceva “cao!”. Quando lo mostrai tutto orgoglioso alla maestra lei mi disse che “ciao” si scrive con la i.

Non lo trovo più. Temo di averlo regalato, un paio d’anni fa, al mio flirt estivo romano, che dio mi fulmini!

b) Non so, mi è capitato di sentire una strana nostalgia per il dialetto con cui sono cresciuto –l’italiano mi è stato insegnato all’asilo, quando ci si è accorti che non riuscivo a comunicare con gli altri bambini, che parlavano tutti italiano – e così, un po’ per scherzo, io e mia sorella abbiamo preso a corrisponde, per mail ed SMS, in vicentino.

c) Apollo, il cane di mia sorella dopo una settimana ancora non si lascia avvicinare. La spiga nell’orecchio è stata rimossa, le zecche sterminate. Ormai dovrebbe essersi abituato all’aria di Vicenza (Apollo è calabrese), ai suoi nuovi padroni (mia sorella e il suo ragazzo), e invece niente: se ne sta nascosto la maggior parte del tempo e di notte piange, nonostante il diffusore di ormoni materni. Mia sorella è molto scoraggiata. Le dico di avere pazienza: col tempo Apollo imparerà a fidarsi e magari diventerà anche un po’ più affettuoso. Poi cerco in rete informazioni su come educare un cane traumatizzato, compilo una scheda e la spedisco a mia sorella.

8. Me being myself on (self-produced) drugs

a) Seduto di fronte alla libreria tra le finestre di camera mia riordino i due scaffali inferiori. Sposto i libri da destra a sinistra, da un ripiano all’altro; li osservo e rifletto sul sistema di catalogazione più razionale, o più intuitivo. Considero varie ipotesi e alla fine credo di optare per uno schema nostalgico-affettivo e invece poi finisco per disporli a seconda del peso e delle dimensioni. Tra un paio di libri e l’altro passo un’eternità di tempo a viaggiare nel passato e nel futuro. Sto lì un minuto con tre libri stretti in una mano e penso per tre ore. Dopo un’oretta mi alzo sfinito, mi gira la testa e devo tornare a sedermi.

Entra una mosca in camera. Comincia a ronzarmi attorno e a schiantarsi ripetutamente contro il vetro delle finestre. Quando mi passa davanti per l’ennesima volta le chiedo che c’è. Glielo chiedo due o tre volte, usando sempre le stesse parole, mi sforzo di avere un tono rassicurante. Poi, indicando la finestra aperta, le dico che si esce di là. Tengo l’indice e il medio della mano destra puntati verso l’apertura che le farebbe riguadagnare il giardino e li muovo a forbice ripetendo “Dadurch geht man raus, daaa-durch, daa-durch… ”. Alla fine mi ascolta e trova l’uscita.

b) Sto a letto a scrivere nel mio diario: prima di spegnere la luce e appoggiare la testa sul cuscino voglio liberarmi di quei pensieri molesti, della nausea nera, la paura, la tristezza schiacciante. Spero di riuscire a estrarre il verme bavoso che mi sento (dentro) e fissarlo sulla pagina con due spilli, per poi chiudere il diario, gettarlo sul comodino e sperare di dormire alleggerito. Cosa che il più delle volte mi riesce.

c) Abbiamo condiviso un tavolo alla pizzeria al taglio sull’Hasenheide. Stavo per dirgli che il caffè si ordina a fine pasto, altrimenti, mentre mangi la pizza, se ne sta lì e si raffredda. Un’ora dopo l’ho rivisto nel retrobottega impolverato di un rigattiere di Urbanstrasse: l’ho salutato con un sorriso. Ha ricambiato saluto e sorriso. Mi sembrava stesse riassettando dei libri, ho pensato lavorasse lì e gli ho chiesto quanto costasse quel quadro appeso sopra la porta: due donne e un uomo seduti sul ponte di una nave guardano verso il mare. Mi ha risposto che era meglio rivolgersi alla signora all’ingresso. L’ho raggiunta e con lei sono tornato nel retrobottega: lui era ancora lì e i libri adesso li stava sfogliando. “Ah, ma anche lei è un cliente”. E rivolto alla signora: “Prima gli ho chiesto quanto voleva per il quadro. Ah-ah”.

9. Me going all Shoshanna Schoenbaum

“Allora. Ero a casa, qui a Berlino, con Lupo. Lupo stava passando lo straccio e mi diceva di togliermi dai coglioni. Io allora me ne sono andato in giardino. Ora, sotto le nostre finestre c’era questo telo enorme… deve sapere che noi in giardino abbiamo questa coltura di nefandezze, si chiama bokashi, che è appunto coperta da una tela cerata. In questo caso però il telone ricopriva una fossa e questa fossa era la nostra cantina. Lupo era appena sceso in “cantina” a portare delle cose ingombranti che non usiamo mai. Osservo il telone e sento che sotto c’è del movimento. Penso: cazzo, abbiamo i topi! E invece un secondo dopo vedo uscire da sotto il telo un gatto enorme, con delle orecchie da coniglio. Due paia: un paio sulla testa e un paio a metà schiena. A quel punto le orecchie posteriori e tutto quello che ci sta dietro si staccano e mi accorgo che si tratta di due gatti, solo che prima uno aveva il muso premuto sul culo dell’altro. Mi guardano. Sono albini e mezzi ciechi. Penso: chiaro, sono gatti abituati a vivere al buio. E qui finisce. (PAUSA) Le racconto anche quello della notte successiva? O prima… ? Ok, allora: anche qui c’è di mezzo una cantina. Siamo sempre a casa a Berlino. C’è un ospite in camera mia, credo la ragazza di mio fratello. È appena uscita dalla doccia. Entra in camera e io mi accorgo che nel pavimento c’è un buco. Un buco quadrato attraverso il quale si vede la cantina. La cantina è molto luminosa, non è spaventosa. Dico alla mia ospite di stare attenta al buco. E qui lo scenario cambia. Nella seconda parte del sogno sono in cantina con un’altra persona, non so chi sia, comunque è un amico, un amico non identificato. Anche in questo caso c’è luce. No, luce naturale, credo che entri dalle bocche di lupo. E insomma in questa cantina troviamo un sacco di trappole messe lì da qualcuno per catturare non so che animale. Hanno l’aspetto di acchiappasogni native American, quelli che appendi sopra il letto, con le piume e le pietrine e questo intreccio di fili. Queste però sono come delle piramidine appoggiate per terra. In alcune di queste trappole sono incastrati degli animaletti spellati e decapitati. Non so, o dei polli spennati e decapitati o dei topi spellati e decapitati. E il fatto è che non sono la preda ma l’esca, quindi l’animale che si vuole catturare è molto più grosso. A un certo punto arriva questo gigante, vestito alla medievale… come il gigante della favola, il gigante della pianta di fagioli. La patta dei pantaloni è chiusa con una stringa di cuoio intrecciato. È lui il cacciatore e il custode della cantina. Ci sorride ma noi non ci fidiamo perché ha l’aspetto di un ritardato che non ha il pieno controllo del proprio corpo. E quindi decidiamo… Cosa? Mi fermo un attimo? Ok. (PAUSA) Vado? Ha scritto? Ricomincio a raccontare? Sì, esatto. Vediamo queste trappole, vediamo le esche attaccate alle trappole e poi arriva il gigante e capiamo subito che è lui che dà la caccia a questi animali con le trappole e le esche e capiamo che è anche una specie di guardiano della cantina. Sì, ci fa paura, ci sembra pericoloso. Mah, lo capiamo dalla sua espressione, da come si muove… questo gigante è come… un bambinone che giocando col gatto finisce per strozzarlo perché non è consapevole della propria forza, non si rende conto che gli sta facendo male, che lo sta uccidendo. Ah, ok. Insomma a quel punto decidiamo di andarcene. Mentre il mio amico si sta già dirigendo verso l’uscita il gigante mi fa un’avance, ma io dico di no e me ne vado col mio amico. Sì, io ero rimasto un po’ indietro e il gigante mi fa un’avance sessuale abbastanza esplicita: mi fa l’occhiolino o mi prende per mano, non so. E io dico di no e me ne vado, raggiungo il mio amico. Poi però, prima di uscire dalla cantina, cambio idea e torno indietro dal gigante e gli sorrido e gli appoggio una mano sulla patta. Ci sorridiamo. Ha questi pantaloni da zimmermann di velluto liscio. Non ho più paura di lui. Glielo tiro fuori e ovviamente ce l’ha molto grosso, mi inginocchio e comincio a fargli un pompino. Poi però arriva qualcuno in cantina e dobbiamo smettere. E qui finisce la seconda parte del sogno. La terza è molto diversa. Ok, siamo io e quest’altro amico, anche questo non so chi sia, e siamo in giro per una metropoli americana, di notte. Una cosa tipo Manhattan, con grattacieli e ascensori esterni in vetro e un’illuminazione calda da lobby di hotel. Abbiamo rubato due completi giacca pantalone in casa, o nell’ufficio, di un milionario e andiamo in giro con questi abiti rubati. Non ricordo cosa facciamo ma stiamo fuori tutta la notte. No, non me lo ricordo. Alla fine di questa nottata in giro per la città torniamo nel palazzo del milionario per restituire gli abiti. Siamo in ascensore e il mio amico si toglie la giacca e poi i pantaloni e mi chiede di fare lo stesso. Io gli dico: aspetta, e poi che facciamo? Come recuperiamo i nostri vestiti? Lui mi spiega tutto il suo piano, come dobbiamo fare, ma non ricordo più niente di quello che ha detto. So solo che ero dubbioso, preoccupato, assente, anche un po’ deluso perché speravo di tenermelo quell’abito. Basta, poi mi sa che mi sono svegliato”.

Ale