Oggi, per fare una pausa, ho raccolto un po’ delle foglie che ricoprono il nostro giardino dallo scorso autunno e strappato un po’ di erbacce che sono cresciute nell’ultimo mese. È un’attività che mi scatena sempre un nervosismo e una valanga di pensieri molesti che non vi dico…
Ho lavorato soprattutto attorno alla vasca del bokashi abbandonata. O, meglio, abbandonata da chi l’ha creata e utilizzata sporadicamente e alla brutto dio da qualche vicino stronzo che, senza chiedersi abbastanza cosa ci facciamo su questa terra, ogni tanto ci rovescia dentro quello che al momento gli sembra giusto: foglie, qualche rifiuto organico e i tizzoni spenti di un barbecue.
Arrivato alla zona “telo nero che originariamente doveva coprire il bokashi e da 3 anni vaga per il giardino mosso dal vento e da chi ogni tanto decide di spostarlo”, ho cominciato a muovermi con cautela perché quello è il territorio dei giochi sadici del gatto nero dei vicini che, da settimane, quando ne ha voglia, palleggia con un cadavere di topo. Quando ha finito, se ne torna dai suoi padroni e ci lascia il morto, sempre un po’ più graffiato, mordicchiato e decomposto. Finisco di riempire il sacco azzurro e decido che quel telo messo così tutto accartocciato proprio mi urta. Afferro uno dei due rastrelli che mi sono portato dietro e comincio a dispiegarlo. Da sotto le pieghe escono, in quest’ordine, un pacco di foglie putrescenti, un’esercito di formiche rosse, una miriade di scolopendre, forficole e lombrichi e un fetore nauseabondo. Che ci sia anche il topo da qualche parte? O, peggio, il gatto matto?
Basta, ora prendo la gomma, lo lavo e lo stendo e, tra un paio di giorni, lo prendo, lo piego bene e lo metto nello sgabuzzino sotto le scale dove la portinaia (ovvero la vicina coi capelli bianchi, elevata lo scorso gennaio al grado di hausmeisterin) tiene gli attrezzi. Niente: mi manca la manopola del rubinetto a cui è collegata la gomma. Devo chiedere alla portinaia la prossima volta che la incontro in cortile.

Ale

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