Plucked_from_the_Fairy_Circle
La prima notte trascorsa da solo, con Lupo e Miriam, la sua signora, nella loro nuova casa, ho fatto un sogno che mi sento di poter considerare benaugurate. È un po’ scomodo da condividere qui col mondo intero, ma tant’è.


Io, Lupo e Miriam stiamo guardando dei video su YouTube. Sullo schermo si vede un mosaico di fotogrammi di anteprima di una serie di video che hanno per protagonista un (ormai ex) giovane scrittore italiano. Clicchiamo sull'immagine dello scrittore che tiene tra le labbra il glande di un enorme fallo. Parte il video. Lo scrittore e il proprietario del fallo si preparano a fare sesso. Lo scrittore dice, con la sua tipica espressione compassata: "Ho un controllo perfetto del mio intestino, non è quello che mi preoccupa, ma devo sapere cosa mi ci metto dentro". Il proprietario del fallo, consapevole delle straordinarie dimensioni del suo coso, fa il gradasso. Dice: "Ah, posso arrivare senza problemi a toccarti lo stomaco". Sulla faccia dello scrittore si dipinge un "Non scherziamo!". Forse parte una musichetta di sottofondo, la stanza è di un bel blu intenso, lo scrittore afferra il fallo con due mani, protende le labbra – elastiche come in un cartone animato – e le chiude attorno al glande inglobandolo.

 

Ora, se è vero che nei nostri sogni interpretiamo tutti i personaggi o, meglio, ogni personaggio rappresenta una parte di noi, posto che Lupo e Miriam in questo caso fanno semplicemente da comparsa, dovrei chiedermi cosa significa per me in questo momento storico impersonare un giovane scrittore serio e disciplinato che decide di concedersi a un superdotato e, messe in chiaro un paio di cose, avvia la “session” eseguendo una fellazione, accogliendo l’altro (per sineddoche, il suo cazzo) a braccia aperte, per così dire. Nella parte del superdotato un po’ tronfio non mi riconosco molto, certo che un po' di autostima e consapevolezza delle proprie capacità e doti non guastano mai.

Comunque sia, nonostante, come in tutti i miei sogni a sfondo sessuale, l’atmosfera di fondo fosse un po’ inquietante, lo scrittore e il cazzone sono di sicuro archetipi positivi. Almeno per me (size queen e wannabe!). E almeno mi contrastano un attimo gli influssi nefasti emanati dalle due pinze fallite e dagli occhietti di quella piaga di Sylvia Plath, letterata della settimana del calendario letterario che ho appeso in corridoio.

 

Un paio di altri segni che mi sono capitati per le mani in questi giorni: il dentifricio (condiviso) che piace a Lupo si è esaurito proprio a cavallo del suo trasloco; da due giorni, se non addirittura tre, una coccinella pallida si aggira per i vasetti della cucina: di solito quando trovo una coccinella in casa dopo un giorno o è sparita o la trovo a pancia all’aria a qualche centimetro da dove l’avevo avvistata, questa invece resiste, anche se pallida; vicino al portone di ingresso l’altro giorno giaceva tra le foglie portate dentro dalla corrente d’aria un pesce sega; nello scatolone “zu verschenken” lasciato in corridoio qualche giorno fa da un vicino c’erano vari CD: mi sono preso Wild Planet dei B-52’s, visto che la voce della cantante nel duetto con Michael Stipe in Shiny Happy People mi è sempre piaciuta un sacco e non avevo mai ascoltato niente di questo gruppo. Ho scoperto che il titolo di uno dei film feticcio della mia post-adolescenza, My Own Private Idaho, deriva dalla quinta traccia di questo album e che gli Sugarcubes devono molto ai B-52’s.

Pescesega
 

E il caro Suibhne che mi ha fatto scoprire la ricetta perfetta da sperimentare quando ci si vuole far del bene, sempre sperando di non fallire?

 

L’uccello misterioso che frequenta il nostro… mio… nostro giardino non è per niente fotogenico. Si confonde con le foglie morte e si sgrana tutto quando lo zoomo. Sono giorni che cerco di riprenderlo mentre raccoglie nocciole, ma non c’è niente da fare: i video che ne escono sono tutti da buttare. Comunque, grazie a una visita al Museo di storia naturale sono riuscito a identificarlo: trattasi di ghiandaia.

 

Finalmente mi sono deciso a comprare una pattumiera, oggetto che io e Lupo abbiamo sempre considerato troppo brutto per mettercelo in casa. Ho scelto l’esemplare meno ripugnante tra quelli offerti al Bauhaus dell'Hasenheide. Pedalando verso casa con la borsa che continuavo a urtare con la punta del piede mi sono figurato la nuova pattumiera sotto il lavello e ho pensato che proprio non mi andava giù… cazzo, avrei potuto fare come nelle riviste di arredamento degli anni ’80 e convertire in pattumiera, che so, un barile da latte o un pitale ottocentesco… ma dai, basta che ci metti un paio di adesivi, un festone di pizzo… trovato! così riesco finalmente a utilizzare quell’adesivo un po’ scomodo.

Hitlermuell

 

Venerdì sera crash course di micologia alla Volkshochschule di Antonstraße. Domenica tutti a Groß Köris per l’escursione pratica.

Gli insegnanti erano un signore sui 65 molto tenero e divertente, appassionato di funghi da quando ne aveva 5, e sua moglie. Quando venerdì sono entrato in aula il micologo stava allestendo su due banchi messi uno accanto all’altro una composizione molto graziosa con vari funghi raccolti il giorno prima. Sono rimasto fermo un po’ incantato a guardarlo. A guardare lui, i funghi e gli altri partecipanti che gli chiedevano questo e quello. A un certo punto l’insegnante interrompe allestimento e spiegazioni e mi guarda. Dico: “Buonasera.” Dice: “Buonasera”, e continua a guardarmi. “Sono [nome e cognome]”, faccio. Continua a guardarmi. “Sono qui per il corso… come, scusi?”

No, pensavo mi volesse chiedere qualcosa. Ha uno sguardo molto interrogativo”.

Ah… no, è che sono un po’ stupito… da questa distesa di funghi”.

Un po’ alla volta abbiamo tutti preso posto e, dopo un giro di presentazioni, il micologo ha iniziato la sua lezione. “Non so bene perché, ma chi si interessa di funghi è quasi sempre gente simpatica”. Ci ha parlato di trapianti di fegato e reni distrutti, di come coi funghi si possano tingere i vestiti, di quanti berlinesi di origine russa finiscano in ospedale (“A Est si mangiano molti più funghi che non qui da noi , anche funghi che noi non consideriamo commestibili”), di come lavarli in acqua tiepida e farina, dei convegni di micologi (“Ed è tutto un rombo di essiccatori…”), della “maledizione del faraone” che altro non era se non una zaffata di spore antiche e micidiali per l’esploratore che varcava la soglia secoli dopo fisiologicamente impreparato, delle zuppe che si possono fare con certi clitocybe e di come l’orecchio di Giuda non si possa fare saltato perché salta letteralmente fuori dalla padella. Ci ha raccontato degli schleimpilze (Eumycetozoa), che non sono funghi e negli Stati Uniti sono già stati scambiati per alieni (“Ne ho allevato uno sulla mia scrivania”) e dei tizi che hanno seguito un suo corso solo per sapere quante amanite muscarie [velenoso!] si possono mangiare senza rischiare di lasciarci le penne e, ottenuta risposta, se ne sono andati. E dell’amanita pantherina [velenoso!], che in Brandeburgo chiamano “ammazzasassoni”. Sembra che molti sassoni ci si avvelenino: pensano di raccogliere un'amanita rubescens [velenoso da crudo!], molto più diffusa in Sassonia.

La scampagnata domenicale a Groß Köris è stata molto piacevole. “Spesso sono i micologi più esperti a intossicarsi, perché sono troppo sicuri di sé”. Mentre la maggior parte dei partecipanti era lì per raccogliere funghi da mangiare poi a casa, l’insegnante e la freak del fungo che venerdì sera prima che iniziasse la lezione ha messo in bella mostra sul suo banchetto tutta una serie di esemplari essiccati dalla sua collezione avevano un approccio più da ricercatore/nerd. Per farvi capire cosa intendo, tra i pezzi che l’insegnante si è portato a casa c’è stato anche un mucor hiemalis cresciuto su uno stronzo di cane. Ha proprio estratto il suo coltellino, si è tagliato una fettina di escremento con pelliccia bianca e l’ha riposta nella sua scatoletta a scomparti.. Io ero indeciso. Mi piace un sacco mangiare funghi, ma mi piace anche solo guardarli. Tra i miei preferiti posso annoverare le galerine color cioccolato che crescevano nel muschio, le tre baeospora myosura che uscivano da una pigna, l’auriscalpium vulgare (unico esemplare avvistato dotato di aculei anziché lamelle) e, in cima alla lista, i cyathus olla e gli sphaerobolus stellatus trovati su una cacca di cavallo.

Quando muoio, se potete, abbandonatemi in un bosco e lasciatemi diventare funghi. Speriamo questi:

topf-teuerling_e_kugelschneller
 

Convinto di aver individuato uno schleimpilz, ho chiamato l’insegnante per farglielo vedere (non mi libererò mai del ruolo di scolaro che cerca l’approvazione della maestra). “Non è uno schleimpilz. È una tremella, che cresce sullo stereum sanguinolentum che vedi qui a fianco”.

Molto interessante è stata l’analisi olfattiva dei funghi trovati. La varietà di odori possibili è assolutamente affascinate. Non so che termini di paragone si usino in italiano. Il nostro insegnante parlava di patate in cantina, stracci bagnati, anice, pesce, sperma, aglio, farina, inchiostro, sapone… Abbiamo trovato una mycena metata che sapeva di farmacia e una leptocephala (o alcalina?) che sapeva di cloro. “Vi ho portato i funghi che mi ero dimenticato a casa venerdì, quelli che sanno di Maggi… gli inglesi dicono che sa di curry perché non conoscono il condimento Maggi”.

Io sono stato molto cauto, per le prime tre ore di escursione. Non li toccavo proprio, mi limitavo a girare il cappello con un bastoncino. Dopo l’ennesima rhodocollybia butyracea raccolta dai miei compagni di gita e fatta esaminare al micologo, ho pensato: va be’, ora la so riconoscere anch’io. Ho visto questo bel cappellone solitario sotto un albero (mannaggia a me che non so ancora riconoscere gli alberi! dovrò fare un corso anche per quelli), mi ci sono accucciato davanti, ho infilato le mani nel muschio che lo circondava e l’ho strappato. Il gambo si è rotto. Con il cappello bello rivolto verso il basso sul palmo della mano cosicché tutte le spore andassero bene a posarsi sulla mia epidermide, mi sono messo in marcia verso il maestro. Ho aspettato bravo il mio turno e poi gli ho chiesto:

Das ist ein horngrauer Butter… Butterrübling, oder?”.

Lo prende, lo osserva, lo annusa. Era un’amanita phalloides [velenoso mortale!], l’esemplare più letale di tutta la giornata. Mentre ci pulivamo le mani con una salvietta umidificata Sagrotan, il maestro fa: “Non andrebbe neanche annusata”. Tra parentesi, per i tedeschi l’amanita phalloides sa di miele artificiale; per Wikipedia Italia vedo ora che sa di rancido o addirittura putrido.
 

Ale

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