Cercando informazioni su Ejzenstejn (per lavoro, non per piacere), mi è caduto l’occhio, in fondo a una pagina di Wikipedia, su questa indicazione: “October: Ten Days That Shook The World is available for free download at the Internet Archive”.
Certo, Internet Archive! JB mi diceva tempo fa che vi si trova un sacco di roba interessante; lui cerca soprattutto dizionari etimologici/medici/ecc. o vecchie edizioni di libri stronzi. Mi ero sempre ripromesso di approfondire, ma poi non l’ho più fatto. Mi ero anche dimenticato che M. e A. vi avevano trovato i filmati governativi statunitensi degli anni ’50 sull’energia nucleare che avevano utilizzato per quel loro progetto sul Giappone.
Scorrendo la lista dei film disponibili (sezione Moving Images, sottosezione Movies), ho trovato una lunga serie di film amatoriali, poi dei cortometraggi erotici degli anni ’60, poi The 39 Steps di Hitchcock. Ho voluto dare un’occhiata alla sezione Moving Images – Cultural & Academic Films e ho trovato, in mezzo a una marea di materiale su Timothy Leary (tra cui la ripresa video di questo pezzo teatrale: un dialogo immaginario dietro le sbarre tra Timothy Leary e Charles Manson), questo delizioso documentario del 1963 prodotto da Encyclopaedia Britannica Films Inc: Japanese Boy. The Story of Taro. È il ritratto di uno scolaro di provincia, figlio di contadini, e del Giappone rurale di quegli anni. Dice molto sulla percezione occidentale della cultura nipponica. Leggo nella scheda che il narratore era un inglese che si fingeva giapponese, il che fa un po’ blackface. Il protagonista, Taro Murata, è un bambino senza padre e senza fratelli che vede nello studente che la madre ospita a casa loro, Noriaki Yamamoto, un padre e un fratello. Il film ha un finale struggente ed educativo.

Nello scatolone in corridoio, che ormai è diventato una sharing box condominiale, ho trovato l’edizione tedesca di questo libro. L’ho preso pensando di regalarlo a M*. Dopo averlo sfogliato, ho pensato: prima lo leggo io, vah.

Lo scorso weekend sono stato alla Gemäldegalerie per una visita quidata monotematica su Malle Babbe di Frans Hals. Permettetemi di riportare il contenuto di una mail che ho spedito la sera stessa all’amico che non è riuscito ad accompagnarmi:

Pare che Malle Babbe voglia dire “die verrückte Barbara”, una signora di Haarlem di cui si sa poco. Si sa appunto che al tempo (anni ’30 del Seicento) ad Haarlem c’era una vecchia matta che tutti chiamavano Malle Babbe.
Pare anche che il dipinto di Frans Hals sia un esempio classico di pittura di genere olandese moraleggiante. La vecchia è dipinta con un mano un boccale di birra, ride in modo scomposto e ha una civetta appollaiata su una spalla. Ora, il boccale rappresenta chiaramente il consumo (eccessivo) di alcol. La civetta può rappresentare la saggezza, ma in questo caso è chiaro che rappresenta invece il lato oscuro, notturno dell’essere umano. (Io penso che potrebbe anche essere stata usata in senso ironico, come contrario della saggezza, insomma).
Il dipinto deve aver avuto molta fortuna perché vari artisti hanno ripreso il soggetto.
Si notino, per contrasto, sulla parete di frone i ritratti di borghesi benestanti realizzati sempre da Hals. Si noti come lì la pittura è molto più composta e minuziosa.
Gustave Courbet, che apprezzava dei maestri olandesi il realismo e il dipingere “libero” (pennellate poco ragionate, istintive, quasi impressionistiche), riprese il motivo.
Se il classicismo francese idolatrava Rafaello (che io odio), la frangia “libera” della pittura olandese (Rembrandt su tutti) apprezzava Tiziano (che non mi piace). Se vuoi, la scuola anal retentive contro la scuola anal expulsive. Io sono un anal retentive che vorrebbe essere expulsive, by the way.

Eravano io e due studentesse di storia dell’arte. La guida era una finocchiona simpatica, giusto un attimino isterica (ha fatto una scenata perché una signora per mezzo minuto ha parlato un po’ ad alta voce).

Bello. 11 euro spesi bene (3 di guida, 8 di ingresso).

Due giorni fa ho incontrato un tizio conosciuto su Gayromeo. Era il mio terzo incontro RL da conoscenza telematica. Nel corso della nostra passeggiata lungo la Sprea, tra Moabit e Charlottenburg, ho imparato le seguenti parole:
bleu mourant;
auftauen;
Hochsteckfrisur;
Spitzkohl;
Herzpfeffer.

E ieri Lupo mi ha fatto notare che questo blog ha le ore contate:

splinderchiude

Che ne sarà di noi al momento non si sa.

* Miriam, che in realtà si chiama M***, non apprezza lo pseudonimo e chiede d’ora in poi di essere chiamata semplicemente emme punto.

Ale

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