E così abbiamo rivalutato Rising Stars, Falling Stars, la rassegna mensile organizzata all’Arsenal da Vaginal Davis. Rassegna, per altro, che da questo mese cambierà registro: non sarà più dedicata al cinema muto ma alla musica nel cinema. Questa volta sua altezza ci ha mostrato Salomé, trasposizione cinematografica del 1923 del dramma di Oscar Wilde. Il regista risulta essere Charles Bryant, ma l’Altissima sostiene che il film in realtà sia stato partorito dalla protagonista e produttrice Alla Nazimova.

Il discorso introduttivo, molto più ispirato della volta scorsa, è inziato con lo stesso delirante ringraziamento alla famiglia della curatrice Stefanie Schulte Strathaus per averci regalato i canali cittadini lungo i quali tanto è bello passeggiare.

Bella la presentazione, bello anche il film. Tutti i personaggi desiderano qualcuno che non possono avere: Erode vuole Salomè; anche il giovane siriano, disperatamente bramato dal suo amichetto, vuole la principessa, la quale invece brucia d’amore per Jokanaan, il quale  pensa solo a Dio. Salomè e Jokanaan fanno a gara a chi si merita più sberle: lei una stronza capricciosa, lui un invasato fuori misura. Il mio personaggio preferito era Erodiade: una megera assassina, ma quantomeno appagata. La figura più tragica in assoluto era lo schiavo mandato da Erode a recuperare Salomè, a quel punto già irrimediabilmente persa nella sua infatuazione per Jokanaan: incapace di distogliere la stronza dalla sua stolta fissazione, piuttosto di dover tornare dal tetrarca a mani vuote preferisce gettarsi in mare. I costumi di Natacha Rambova erano forse la cosa più bella del film. In particolare la tutina Versace ante litteram che fasciava il sostanzioso corpo di Erodiade, la calzamaglia del giovane siriano con un motivo di petali stilizzati, il costume paravento dei servitori di Salomè e il gatto morto, come l’ha definito Ma., che copriva le pudenda del futuro decollato.

A fine proiezione, tutti nel foyer a bere vino bianco e rosso e sgranocchiare salatini. Io, MA e Ma. abbiamo chiacchierato amabilmente per un’oretta e forse più. Ma. ci ha raccontato del circolo lesbico di Alla Nazimova e ci ha presentato Susanne Sachsse, che mi era sempre stata antipatica e invece, una volta introduced, si è rivelata gentilissima e molto affabile. Era in partenza per Gorizia. Cavolo, avrei potuto consigliarle il mio ristorante preferito in zona ai tempi dell’università. Mi è ventuo in mente il giorno dopo.

Salutati MA e Ma., tornando a casa l’entusiasmo per la bella serata mi ha spinto a fare una sosta — con spettacolare frenata e inversione di marcia — al Ficken 3000 per una birra. Al bancone c’era questo bell’uomo che mi guardava quando non lo guardavo. Quando è sparito in direzione darkroom, ho aspettato cinque minuti e poi sono sceso anch’io nel labirinto. Il bell’uomo — biondo, silenzioso, fumatore, mani sottili — non c’era. In compenso ho fatto una cosa con un signore di origine probabilmente balcanica, a giudicare dall’accento: un uomo che lavorava con le mani (ma in quanto a calli anch’io che sto tutto il tempo davanti a un computer non scherzo), fumatore, brusco, timido.

Quasi due settimane e una tempesta di grandine nevosa (o neve grandinosa) più tardi,

MA mi invitava a casa sua a mangiare pasta e faglioli (ricetta della nonna paterna filtrata dalla mamma) e un’insalata di sedano, ravanelli e rucola. Lui: innervosito dal disordine lasciato in cucina dalla sua compagna di appartamento appena tornata da uno stage abortito a Francoforte, dal video di Time To Dance dei The Shoes che gli avevo segnalato qualche ora prima, da me che non stavo fermo un secondo e dalla musica che usciva dal suo netbook. Io: inquieto dopo una giornata trascorsa seduto davanti al computer, continuavo ad alzarmi dalla sedia e camminare per la cucina, toccando tutto, aprendo vasetti, annusando cose, per poi tornare a sedermi e curiosare tra la musica del padrone di casa, alzarmi di nuovo e ripetere tutto il balletto da capo. Nonostante l’irrequietezza è stata proprio una bella cena.

Come dopocena, MA mi ha portato al Woof, locale ursino di Schöneberg dove non ero mai stato. Ho riso, ho sbavato dietro al barista (unten ohne), il quale però, in quanto barista, era intoccabile, e ho ammirato per l’ennesima volta le doti comunicative di MA. A fine serata siamo stati approcciati da un australiano, che ci ha raccontato dei suoi antenati italiani e del suo desiderio di visitare l’America Latina. Mi ha molto colpito il confronto che ha fatto tra Ficken 3000 e Silver Future perché è esattamente come la vedo io: se nel secondo bar (queer politicizzato) stando seduto al bancone da solo (“If you are a butch like me”) ti fanno sentire un verme e non ti rivolgono la parola nemmeno se “gli pisci addosso” come dice mia madre, nel primo (frocio verace) dopo mezz’ora hai conosciuto mezzo locale. “You talk to a guy here, a guy there, you suck a dick here, a dick there, and then you talk to some other guy here…”. Io di solito non conosco nessuno né al Ficken né al Silver Future, ma non è questo il punto. Perché cavolo sono così ostili al Silver Future? “It’s a femme place…”, ha detto l’australiano, correggendosi poco dopo (ma sembra avere ragione). Ok, ma dove sta scritto che le femme debbano essere ostili nei confronti dei butch, od ostili tout court? Dio, ma quanto mi sta toccando questo tizio? E la spalla e il culo e di nuovo la spalla! Ma poi “butch” non era un termine riferito alla lesbica mascolina e dominante? “On the flyer they just gave us they say the party at SO36 on Friday is for bears, butches and bulls. Yes, I didn’t know you could say butch also for a guy”. Ma che bello rimescolare le carte, cambiare le regole e chiamare re la regina e il fante… asso? Ma si era fatta mezzanotte passata e io il giorno dopo avevo il turno di mattina in agenzia. Quando l’australiano ci ha salutati, non senza prima lanciarmi delle occhiate abbastanza inequivocabili, mi sono rimesso la giacca, — E se lo prendessi e lo portassi di là in darkroom? — la sciarpa — Dio, questo A.! Come ho fatto a metterlo in imbarazzo con una semplice domanda sul suo quartiere? — e il berretto e, salutati J., K. — Carini! Ma ormai l’imbarazzo mi avvolge come uno sciame d’api e fa scappare tutti. Mi suda la testa — e MA, sono tornato a casa godendomi l’aria tersa dalla pioggia.

Il giorno successivo MA, che dopo la mia dipartita ha continuato la serata allo Scheune, mi scrive dicendo che l’australiano ha chiesto il mio nickname di Gayromeo. Oddio, che faccio?

Come ogni anno, per la scena finocchia berlinese il weekend di Pasqua è dedicato ai sex party e alle feste fetish. Io invece lo trascorrerò lavorando e, per partecipare al sacrilegio, bestemmiando.

Ale

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