Ovvero: narcos, campagna francese, a swingin’ hip cat that’s been around e 350 minuti di Jane Campion.

Narco Cultura di Shaul Schwarz (USA, 2012) – Due documentari paralleli anternati: da un lato, il regista segue un investigatore della polizia scientifica di Ciudad Juárez e ci mostra la sua quotidianità fatta di morti ammazzati dai narcotrafficanti, paura e corruzione croniche, omertà e una fragile speranza di riuscire prima o poi a uscire da questo incubo, lavorando e concentrandosi sulle poche cose belle e buone rimaste; dall’altro, ci propone il ritratto di un protagonista della scena narcocorrido di Los Angeles, dei ragazzi (e adulti) che ascoltano questa musica e dei pezzi di merda che la ispirano. La parte che più mi ha colpito è quella su questo genere musicale. In due parole, si tratta di una specie di narco-gangsta su base tradizionale messicana che canta le gesta dei trafficanti di droga sudamericani e dei sicari al loro soldo. La cosa più tragica è che questi criminali vengono glorificati da molti estimatori del genere come nuovi Robin Hood. Al regista, durante la Q&A, avrei voluto chiedere (le domande, come sempre in questi casi, mi vengono una volta uscito dal cinema) più o meno questo: siamo d’accordo sul fatto che è assurdo e controproducente cercare di proibire l’ascolto di questa musica: ha anche un importante valore catartico, può fungere da valvola di sfogo di certi istinti… e magari questi cresceranno pure più sani degli adolescenti che ascoltano gli Smiths; detto questo, quanto è realistico sperare di riuscire a proporre dei modelli alternativi, almeno agli ascoltatori più giovani? O non resta che augurarsi che si stanchino presto di questi eroi brutti e cattivi e imparino ad apprezzare l’eroismo uncool di chi li combatte? Di certo non si può proporre un film come questo, per quanto sia un ottimo film, o un eroe come l’investigatore timido di Ciudad Juárez a chi ha bisogno di sangue, droga, camicie con cuernos ricamati e Hummer gialli nei quali farsi seppellire nel cimitero monumentale per narcos di Cualicán.

Le cousin Jules di Dominique Benicheti (Francia, 1973) — Il Jules del titolo viveva nei pressi di Pierre-de-Bresse, in Borgogna. Faceva il fabbro e aveva una fattoria. Il regista l’ha seguito per 4 anni, dal 1968 al 1971, e ha registrato una serie di momenti della sua giornata di lavoratore ottantenne, scandita da ritmi probabilmente sempre uguali da anni, con gesti attenti e sapienti e un senso dell’economia per cui non si butta via neanche la goccia d’acqua che cola dalla pentola appena intinta nel secchio. Vediamo Jules mentre lavora il ferro — accende la stufa per riscaldare il capanno dove lavorerà, prepara la fucina dove forgerà, credo, una cerniera per porta, e poi inizia a battere, scaldare, battere, scaldare, e il regista ci mostra cosa fanno le mani di Jules, la sua faccia, il mantice rattoppato con cui ravviva il fuocherello, il martello, di nuovo le mani e la faccia, ecc. — e mentre si concede una pausa quando la moglie viene a fare il caffè — vediamo Félicie che prende l’acqua dal pozzo (manovra la carrucola in due modi distinti per calare il secchio e per recuperarlo), entra nel capanno del marito, rabbocca il serbatoio della stufa, mette a scaldare l’acqua per il caffè, macina il caffè, … Mi rendo conto che mi mancano le parole per descrivere questo mondo contadino, che è mio solo come racconto della mia unica nonna contadina o come oggetto lucidato appeso nella cucina della mia prozia o nelle trattorie delle mie parti (come dimenticare, a questo proposito, la mónega vista in un agriturismo di Tarzo?). Comunque sia, Le cousin Jules è un film ipnotico, che ti costringe a osservare e ascoltare con attenzione ogni scena e ogni movimento (io sono riuscito a distrarmi comunque, ma non c’entra) e ti proietta in un altro mondo, anche se molto diverso rispetto a, che so, The Matrix. Ecco, per cercare un paragone tematicamente e/o socio-visivamente (?) più prossimo, più come La bocca del lupo di Pietro Marcello o Le quattro volte di Michelangelo Frammartino. A proposito di Le quattro volte: anche quello è un film che parla di un mondo “arcaico”, ma lo fa con tutta una sovrastruttura intellettuale abbastanza pesante, almeno quanto questo groviglio di frasi che sto producendo. Non voglio parlar male di Le quattro volte, che mi è piaciuto moltissimo (soprattutto la polvere in chiesa, il cane e l’Ape parcheggiata in salita e l’episodio della capretta); volevo semplicemente dire che Le cousin Jules non parla per metafore o simboli. E, che io sappia, il regista non voleva parlare di Pitagora. Voleva semplicemente farci vedere come si viveva nella campagna francese di fine anni Sessanta, inizio Settanta. Nota conclusiva [ATTENZIONE! SPOILER]: come viene raccontato (per assenza) quello che senza dubbio è l’evento più importante di questa porzione di vita di Jules, vale tutto il film. Seconda nota conclusiva: in omaggio alla minestra che prepara Jules dopo essersi fatto la barba e aver spazzato i pavimenti, vi regalo una ricetta dal mio libro di cucina di Falcade (edito nel 2008 da Insieme si può). Quando si dice la cucina povera dei nostri nonni…

PAPAZÓI DA LAT. Ingredienti: farina bianca, acqua, latte, riso. Preparazione: mettere della farina bianca e dell’acqua fredda in una terrina. Mescolare il composto in modo che si formino dei grumi. Far bollire in una pentola dell’acqua e del latte in pari quantità, salare e quindi versarvi i grumi di pasta. A piacere aggiungere del riso. Lasciar cuocere per 15/20 minuti e servire.

Portrait of Jason di Shirley Clarke (USA, 1967) — Interessante come documento storico, molto toccante, a tratti divertente, ma mi ha fatto un po’ l’effetto di quei tizi che al bar, ubriachi, cominciano a raccontarti la loro vita e non la smettono più. Very intense, come si dice. Prima della proiezione, Amy Heller ci ha brevemente illustrato la storia del restauro di questo “capolavoro del cinema indipendente statunitense” portato avanti per anni dalla sua Milestone Films (non il restauro del MoMA del 2000!). Qui spiega il tutto per esteso in un video, con l’emozionante scoperta che la pellicola originale si trovava presso il Wisconsin Center for Film and Theater Research, catalogata come “scene tagliate”. Come ci faceva notare Heller, il film, che ritrae un afroamericano omosessuale senza peli sulla lingua, è uscito prima di Stonewall; dopo il Civil Rights Act del 1964 e il Voting Rights Act del 1965, ma prima della sentenza della Corte superema degli Stati Uniti che dichiarò incostituzionali le leggi che proibivano i matrimoni interraziali. Non so: mi sembra che si parli dello stesso anno in realtà. Fatto sta che il film dev’essere stato una bomba in quegli anni. Diceva Heller che alla prima tra gli spettatori c’erano personaggi come Tennessee Williams, Andy Warhol (ah, beh), Norman Mailer e Arthur Miller. Comunque, come c’era da aspettarsi, il film non ha poi riempito le sale. Ultima cosa: [ATTENZIONE! SPOILER] non mi è piaciuto per niente il crescendo finale. L’ho trovato sadico. Nel corso del film, dove davanti alla macchina da presa c’è sempre e solo Jason, due voci fuori campo gli fanno delle domande, tutte del tipo: e raccontaci di quella volta in cui… Una delle due voci è la regista, l’altra è l’attore afroamericano Carl Lee, amico di Jason. Ecco, alla fine, dopo oltre 10 ore di riprese, quando Jason è ormai a pezzi, ubriaco marcio, Lee lo pungola con una domanda sulla loro amicizia, che non ho capito bene, e a quel punto Jason, che fino ad allora aveva sempre riso (anche raccontando dei suoi genitori violenti… tra parentesi, la parte più bella del film), si mette a piangere. Lee gli rinfaccia qualcosa, un episodio di cui Jason si vergogna e si pente. Il fatto che l’amico glielo ricordi, lo fa sentire un verme e lo fa piangere. Dopo un lungo silenzio, con le dita premute sugli occhi lacrimanti, Jason tira su col naso, sospira e poi, digrignando i denti, dice: “Sì, sono stato uno stronzo, sono uno stronzo, e allora?”. Poi si calma, la sua faccia si svuota di ogni espressività, e dice: “Hai ragione. Basta”.

Top of the Lake di Jane Campion e Garth Davis (Australia/Nuova Zelanda, 2012) — Miniserie poliziesca in sei puntate ambientata in una cittadina neozelandese. [ATTENZIONE! SPOILER, anche se discreto] Come in quella serie televisiva che si cita sempre in questi casi, la comunità del paese dove si svolge l’azione è incestuosa (qui di più), omertosa e criminale. In questo caso però non ci sono stronzate paranormali (ma il bello di Twin Peaks è anche quell’accumulo disordinato di stronzate paranormali): c’è giusto un pizzico di magia indigena della natura — il cuore del demone in fondo al lago, la mamma animale che difende il suo cucciolo (con l’ausilio di un’arma da fuoco), il muschio sensuale del bosco (reso sensuale anche grazie all’uso di sostanze psicotrope sintetiche), la Montagna con la emme maiuscola –, qualche riferimento biblico visto da molto lontano (dalla Nuova Zelanda, per la precisione) e una Holly Hunter santona anti-santona da prendere e mettere su un trono e incoronare regina dell’universo (ma non ce la faremmo mai, perché GJ, ovvero il personaggio che interpreta, è uno spirito libero come non se ne vedevano da anni). Per certi versi questa serie mi ha ricordato anche Forbrydelsen, ma solo per un paio di temi affrontati, non certo per il tono né per lo stile. Per il resto è pura Jane Campion. Non so che altro dire per il momento. Ci sarebbe parecchio da riflettere sulle donne di Top of the Lake (soprattutto la detective Robin Griffin e sua madre) e, in parte, anche sugli uomini: [ULTIMO SPOILER!] i due cattivi, per esempio, sono molto complessi; complessi non è la parola giusta… complessi sono i personaggi di The Wire; questi sono più lineari, anche se altrettanto vivi; ecco, limitiamoci a dire che danno di che pensare. In chiusura, un’annotazione marginale extra film, una dichiarazione d’affetto e due richieste:

– Non sono sicuro di voler sapere cosa pensa di Top of the Lake, ma mi ha sicuramente fatto molto piacere vedere durante la prima pausa Enrico Ghezzi, con la sua maglietta nera e i suoi capelli tempestosi, che parlava in piedi, gesticolando bonariamente, con un tizio seduto in prima fila. Era una scena che non vedevo dalla mia ultima Mostra del cinema di Venezia, ovvero dal 1997

– All my love to Jamie, l’amico di Tui che non parla con gli adulti. L’emo più cazzuto che abbia mai visto al cinema

– Voglio anch’io un compagno maori che mi spalma d’olio e, il tardo pomeriggio, sta seduto in cucina a fare un puzzle! E voglio una T-shirt con effigie e/o citazione di GJ, now! Anche se, insisto, lei non gradirebbe affatto la mia venerazione

© See-Saw (TOTL) Holdings Pty Ltd, via www.berlinale.de

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