… ed è una delle cose più belle di questa città. Anche solo per la bellezza, esteriore e interiore, delle persone che lo popolano; compreso il pubblico della domenica, composto in gran parte da non professionisti: quanto colore, quanti luccichii!
Un festival cinematografico dal nome un po’ fuorviante: secondo me sarebbe più appropriato chiamarlo Sex Film Festival. Molti film in programma hanno contenuti sessualmente espliciti, ma non tutti; nella quasi totalità dei casi mostrano una sessualità consapevole, polimorfa e sanamente perversa, adulta, complessa, sincera, gioiosa. Porno o non porno, si tratta quasi esclusivamente di produzioni indipendenti e/o super settoriali, con un’importante partecipazione femminile sia davanti la macchina da presa che dietro. Il tema principale dell’edizione di quest’anno era il BDSM.
Detto questo, vi confesso che io di solito seleziono i film meno pornografici, o per niente pornografici. Non perché non sia interessato al genere ma perché… non so, sono fatto così. Di seguito un resoconto approssimativo delle mie visioni degli ultimi tre anni.

Avviso preliminare: i link di questo post posso essere aperti al lavoro, in compagnia di amici e familiari o anche al bar, con accanto al computer un infuso di zenzero fumante e una goccia di miele.

Al PFF di due anni fa ho visto, in compagnia di MA, un film decisamente conturbante e, con qualche difetto, vicinissimo al capolavoro. Era una storia d’amore e morte tra un giovanotto e suo “zio”. Lo zio era interpretato da un cabarettista apocalittico inglese super queer di cui non avevo mai sentito parlare: David Hoyle.

L’anno scorso invece ho visto, da solo, un documentario sulla scena asexual statunitense, se di “scena” si può parlare (è incentrato sull’associazione AVEN e sul suo fondatore). Molto istruttivo e controverso (tra gli amici con i quali ho discusso del tema prendendo spunto dal film); per me anche molto toccante. In compagnia di MA ho poi visto un film molto carino, che mi ha fatto scoprire quanto siano simili la scena queer di San Francisco e certi salotti berlinesi, ma purtroppo non del tutto riuscito (mentre il corto dello stesso regista e con lo stesso titolo è una delle cose più sexy che abbia mai visto in vita mia, con vari cuoricini on top). Di nuovo da solo ho infine visto un documentario su due gemelle olandesi che per decenni hannno lavorato come prostitute ad Amsterdam. Grazie al Q&A post proiezione con i due registi in sala ho imparato che a fare film del genere non si diventa ricchi. È davvero ingusto. Penso a un paio d’altri documentari biografici che mi è capitato di vedere in questi anni — Bill Cunningham New York, Herb & Dorothy, Capturing the Friedmans, Die große Ekstase des Bildschnitzers Steiner, Grizzly Man e The White Diamond, I Am a Woman Now, Bruno Manser – Laki Penan, Vaterlandsverräter, Klänge des Verschweigens e Die Freiheit des Erzählens. Das Leben des Gad Beck — e mi chiedo perché chi riesce a salvare dall’oblio queste vite uniche e irripetibili e le regala al pubblico non venga adeguatamente retribuito per il servizio svolto. Bisognerebbe istituire un fondo per il finanziamento e la promozione del documentario biografico.

Quest’anno ho visto un porno-documentario tedesco sperimentale molto bello che mi ha ricordato quanto mi piacerebbe un giorno praticare del cunnilingus, under the right circumstances. Attenzione! Qui il link non è del tutto presentabile a mammà. Il film è stato realizzato dalla storica dell’arte Maike Brochhaus, la quale ha invitato tre maschi e tre femmine a trascorrere una serata assieme in un appartamento farlocco e coloratissimo e fare sesso. I sei partecipanti all’esperimento si conoscono durante le riprese, durate 11 ore di fila; uno dei maschi in realtà è il ragazzo della regista e lo dice subito. L’onestà è uno dei pilastri su cui si regge il film. Onestà e un grande rispetto reciproco. E così, prima bevendo, poi mangiando, poi fumando e bevendo (probabilmente alcolici) e giocando a una specie di Truth or Dare (ma senza sensazionalismi e senza nessun tipo di “penitenza” umiliante), si vede che, tra confidenze e riflessioni sul sesso e sull’amore, nasce un grande affetto tra i sei protagonisti. Affetto che a un certo punto comincia anche a essere esternato fisicamente. Non vi dico come finisce l’esperimento. Vi dico solo che durante le Q&A a fine proiezione, la regista ha detto che ai pertecipanti prima dell’inizio delle riprese era stato detto che non sarebbero stati obbligati a fare niente che non avessero voluto fare e che avrebbero potuto lasciare il set e andarsene a casa in qualsiasi momento. E chissà se ho beccato tutti i verbi giusti.
Poi ho visto:
– un documentario austriaco struggente su un tema molto difficile, del quale non me la sento di parlare;
– un documentario statunitense bellissimo (link parzialmente safe for work) che tutti i genitori di preadolescenti dovrebbero guardare; è un triplice ritratto di donna sullo sfondo di una società ipersessualizzata;
– un film cinese brutto del quale non mi sembra il caso di parlare;
– lo stranissimo, nonché dopo un po’ piuttosto noiso, film-diario di un attore, regista e produttore pornografico francese. Ecco, il giorno in cui ho visto il film cinese e il film francese non ero granché in forma (nervoso per una serie di consegne di lavoro) e mi sembravano tutti brutti e cattivi, compreso il festival;
– un altro documentario biografico: doppio ritratto di due drag queen, un po’ Leigh Bowery, un po’ no. Un po’ troppo lungo forse.

Mi sembra sia tutto per ora. Chiudiamo con una citazione dal primo album degli Smiths:

Does the body rule the mind or does the mind rule the body? I don’t know.

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