Quanti? Ormai quattro anni fa io e Lupo guardammo Heimat e Die zweite Heimat di Edgar Reitz in una serie di serate più o meno comode sul nostro divano, in compagnia di Anna, Purce e un paio di amici di Anna che andavano e venivano. Fu un’esperienza!
Anche Cornelio, nostro fedele lettore, ha visto Heimat con vari amici, qualche anno prima di noi, spalmandolo su varie domeniche, in un tinello milanese. Una sera a cena, a Berlino, una nostra comune amica disse che le sembrava una cosa da intellettualoidi. Secondo me si sbaglia: sono film che possono e forse dovrebbero guardare tutti. Nella seconda serie basta tapparsi le orecchie quando suonano. No, a parte gli scherzi, sono film sicuramente molto appassionanti per chiunque sia interessato alla storia sociale della Germania e consigliabili a tutti coloro i quali amano affezionarsi ai personaggi di un racconto lungo e ricco. Come in certi romanzi ottocenteschi francesi o russi che non finiscono mai (e che non ho mai letto), credo.

Bene, ma torniamo al punto. Un annetto fa Lupo e M., la sua signora, hanno rivisto assieme le prime due serie e hanno poi proseguito con Heimat 3, che a me ancora manca. Dicono che anche per loro è stata un’esperienza molto intensa. Io non so, perché non c’ero, ma non fatico a crederci. M. lavorava in due o tre posti diversi e stava seguendo il suo secondo corso di tedesco, full immersion: di sicuro la Germania di Edgar Reitz è stata per lei un complemento importante alla Berlino contemporanea che, da neoberlinese iperstimolata, con una vecchia heimat materna e immensa che ancora le alitava sul collo, le riempiva le giornate ma, appunto, di sola berlinesità contemporanea.
Ecco, domenica scorsa, al ristorante dove abbiamo cenato con altri tre italiani (uno in visita per lavoro, due che vivono e lavorano qui da poco), M. ha riconosciuto il protagonista maschile della seconda e terza serie di Heimat: Hermann Simon. Ci siamo emozionati tutti. Lupo l’ha fotografato:

HS

Prima di pubblicare questo post, mi sono guardato la prima parte di Heimat 3: Das glücklichste Volk der Welt (1989), ovvero: il popolo più felice del mondo. Devo dire che io, a differenza di Hermann, non sono pronto a tornare al mio paese. Anche perché mi mancherebbero i soldi per comprare e ristrutturare la casa di una poetessa suicida morta altrove, nonché la forza propulsiva di un amore forte e di un popolo di artigiani che ricomincia da capo. Ma, poi, voglio davvero tornare? Da quasi 12 anni non ne vedo il motivo.

Ma non voglio chiudere così, perché a molte cose italiane e a tanti italiani voglio un sacco di bene. E a tutti gli italiani, asterischi inclusi, che vivono in Italia vorrei dire che le cose prima o poi cambieranno, miglioreranno.

Che poi, davvero vivo qui perché in Italia non starei bene? Mi sa di sì. Lo dico e da frocio e da spettinato. Ma non è questo il punto. E di certo non voglio parlare a nome di tutti i froci e gli spettinati italiani, la maggior parte dei quali vive felicemente in Italia, assieme a tanti bellissimi non froci e pettinati che sono ben contenti di conviverci. Dalle mie parti poi sono secoli che la gente prende e se va a vivere all’estero: i genitori di ben tre miei compagni di classe alle medie avevano una gelateria in Germania. E senza adesso voler aprire il capitolo “Chi resta e chi se ne va”, né il capitolo “Cerchiamo di diventare un po’ più europei o, meglio ancora, cittadini del mondo”… Oddio, dove sto andando a parare? Lo sapevo che il tema patria non è il mio tema forte. E questo blog non vuole parlare di Italia, almeno non direttamente. Senza alcun rancore. Chiudo qui.

Comunque prendo l’elettricista che suona il clarinetto, grazie.

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