Giovedì sera ho messo piede per la prima volta in un museo che ero riuscito a ignorare per 10 anni: la Polizeihistorische Sammlung di Tempelhof.
Ero lì per seguire una conferenza, quindi non mi sono soffermato a lungo sui testi, ma devo dire che questo museo berlinese della polizia mi ha folgorato: squisitamente sinistro — un po’ come un vecchio luna park abbandonato — e molto informativo.
Una vera figata. Per la polvere e le ragnatele che lo avvolgono (solo metaforicamente: in realtà è tutto molto ordinato e pulito), per la semplicità spiazzante di certe vetrine che ti suscita un misto di tenerezza e inquietudine, per gli ambienti monumentali — il museo è ospitato in un’ala dell’ex aeroporto di Tempelhof — e per gli oggetti esposti: uniformi, elmetti, cappelli e mostrine, foto di scontri, cerimonie e omicidi, ritagli di giornale, identikit, modellini che riproducono avvenimenti storici vari, reperti da scena del crimine, astrusi strumenti di lavoro da ufficio, cimeli di ogni genere e una montagna di armi, dalle pistole e dai manganelli in dotazione agli agenti ai coltelli sequestrati ai criminali. Devo assolutamente tornarci con più calma. C’è tanto da leggere.

Sono riuscito a fotografare giusto tre cose prima che mi si scaricasse la batteria del cellulare. Sono tre foto in bianco e nero, con relative didascalie, che illustrano il tabellone dedicato agli squatter degli anni settanta-ottanta. Non sono molto rappresentative del museo (questa galleria rende meglio l’idea) ma voglio condividerle con voi per dimostrarvi che non è vero che tedeschi e poliziotti manchino di senso dell’umorismo.

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“Certi squatter utilizzano la cucina non solo per cucinare ma anche come deposito per sampietrini e per confezionare bombe molotov”

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“In assenza della guida dei genitori, alcuni squatter si abbandonano al disordine”

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“L’aggiunta di un tappeto, un battipanni (nella foto, a destra della stufa) e qualche pianta crea in certi squat un’atmosfera borghese”

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