Sono seduto a uno dei tavolini esterni della pasticceria all’angolo tra Auguststraße, Koppenplatz e Große Hamburger Straße. Alla mia destra, due tavoli più in là, una signora sola sulla settantina con un viso molto bello, una camicetta elegante con colletto rialzato, blu, una giacca di pile grigia, dei fuseaux neri con motivo batik e dei calzini di spugna bianchi, senza scarpe. Parla da sola, con un sottovoce baritolane, e fuma. Si racconta il proprio passato, usando il Präteritum, che in italiano si traduce con il passato remoto o l’imperfetto, a seconda.
La sua voce è molto espressiva; il tono calmo, a momenti divertito. Parla a fiume di vicende personali e nazionali. È molto rilassante ascoltarla. Non si lascia disturbare da nessuno: né dai passanti né dai passeri che cercano briciole. Giusto un colpo di tosse ha interrotto per qualche secondo il suo racconto.
Mi fa piacere constatare che questa pasticceria tradizionale, con torte e caffè alla tedesca, ancora resiste in questo quartiere. Oggi, domenica, è molto frequentata. Io mi sto bevendo un caffè dopo aver visitato una mostra. Gli altri avventori sembrano in gran parte gente che abita nelle vicinanze, resistenti come la pasticceria e il supermercato di fronte. C’è anche qualche frequentatore della Berlin Art Week. Seduti fuori, oltre a me e alla signora che racconta, una coppia di fumatori sulla quarantina, anonimi.
Cerco di seguire il racconto della signora, ma non è facile. Un po’ perché farfuglia, un po’ perché il suo è un parlare rivolto verso l’interno. Colgo solo qualche frase qua e là.
Ora si sta rivolgendo ai passeri. No, non è esatto: si è piegata in avanti sulla sedia abbassando il viso verso il marciapiede e guarda questi due uccellini, sorridente, con la testa un po’ inclinata di lato come quando si parla a qualcuno in modo affettuoso e scherzoso, continuando il suo discorso interiore senza bisogno di risposte o ascoltatori. È come se le sue parole e i suoi gesti non fossero collegati fra di loro: il suo corpo sta comunicando con i passeri mentre le sue parole seguono un movimento autonomo e indipendente dall’esterno. È consapevole di quello che le succede attorno e interagisce con il mondo esterno: quella Coca-Cola deve averla ordinata qui.
Dalla pasticceria esce la ragazza genderqueer che prima era alla cassa del museo. Ha in mano il libro di un autore che ho amato molto.
Improvvisamente, la signora che parla si alza. Sta ferma un attimo tra il marciapiede e la strada, senza smettere di parlare. Facendo attenzione a non infilare i piedi nella pozzanghera tra le due auto parcheggiate, scende in strada, mi guarda, mi saluta e se ne va.
Mi ha salutato guardandomi negli occhi, sorridendo e pronunciando un “Ciao” un po’ furtivo ma chiaro, con un tono diverso da quello del suo racconto. Era un saluto chiaramente rivolto a me, estraneo al suo racconto.

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