Il gatto e la Stasi

Sono poi tornato al punto di incontro per richiedenti asilo LGBT. Volevo lasciargli altre tre borse di vestiti. Questo giro mi hanno fatto parlare con un siriano.
Non mi succedeva da anni di interagire con una persona che ha avuto fino all’altro giorno la guerra in casa: gli ultimi erano stati gli amici croati di Udine, città dove ho studiato fino al 2001.

Pensavo che, come la prima volta, mi avrebbero fatto lasciare i vestiti per i profughi all’entrata e buonanotte. Invece questo giro mi hanno detto di andare nella sala comune, dove sono stato accolto da un ragazzo (TED2) che stava seduto a un tavolino e parlava con un tizio che mi dava le spalle (RUS1). Al mio ingresso, TED2 si è alzato dalla sedia per salutarmi e chiedermi se parlassi inglese o tedesco. Gli ho risposto che faceva lo stesso e allora è tornato a sedersi e mi ha invitato a rivolgermi all’altro ragazzo presente nella stanza (SIR1): stava in piedi vicino al bancone della zona bar e mi è subito venuto incontro con un sorriso che potremmo definire disarmante.
Ho spiegato a SIR1 che ero lì per consegnare dei vestiti. Mi ha ringraziato, doppiamente quando ho aggiunto che potevano tenersi anche le borse (la prima volta mi avevano detto che anche le borse, meglio se di stoffa o plastica resistente, tornano utili), e mi ha quindi chiesto se poteva offrirmi qualcosa da bere. Gli ho risposto che avrei bevuto volentieri un bicchiere d’acqua e poi, io con il mio bicchiere d’acqua in mano e lui con il suo sorriso, ci siamo messi a chiacchierare.
Abbiamo parlato di lavoro (io traduttore, lui ex giornalista), di Berlino e del suo inverno, della situazione dei profughi in Germania, della situazione dei diritti LGBT in Turchia e dell’incolumità sempre più precaria più passano i mesi dei turchi che si identificano in una delle lettere dell’acronimo. A un certo punto — non ricordo quando esattamente — mi ha detto di essere siriano.
Abbiamo parlato del tedesco (lo sta studiando da sei mesi: troppo presto per lanciarsi, abbiamo concordato entrambi) e di lingue in generale (ne parliamo entrambi tre e mezza), dell’insegnamento (lui ha lavorato anche come insegnate, io sto pensando di cominciare a dare lezioni di italiano), di feste e cose da fare e vedere a Berlino, di David Kato e Kasha Nabagesera, della situazione italiana: senza voler screditare troppo la mia esperienza ma rendendomi conto che non si possono comparare la sua vita in Siria e la mia in Italia e tantomeno il grado di difficoltà di movimento di un siriano che vuole scappare in Europa e di un italiano che nel 2002 decise col suo migliore amico di trasferirsi a Berlino, gli ho detto che anch’io sono “scappato” dal mio Paese d’origine per come sono. “Certo, non c’è paragone”.
Parlando di Berlino, mi ha raccontato di essere stato di recente al museo della DDR. “Aspetta, ma quale?”, gli ho chiesto dopo un po’ che raccontava.
“Non mi ricordo come si chiamasse… era vicino al fiume”, mi fa.
“Ah, quello! No, è molto meglio quell’altro, quello della Stasi, oppure quello di Eisenhüttenstadt…”, gli ho detto. Al che mi ha interrotto spiegandomi che per ora gli bastava. “Sai, i servizi segreti siriani sono stati formati da gente della Stasi e del KGB… A un cero punto in questo museo sono entrato in una stanza ricostruita e… all’inizio non mi ero reso conto di che stanza fosse: le altre sembravano il salotto di mia madre, questa invece era la ricostruzione di una sala da interrogatorio. Quando me ne sono accorto mi è venuto un attacco di panico. Sai, io sono stato interrogato varie volte…”.
Mi si è gelato il sangue nelle vene. “Ah, no. Allora non andare al museo della Stasi: è peggio ancora. O almeno non andarci da solo…”. Nel frattempo lui continuava a sorridere. Dopo un paio di secondi di tentennamento, uno dei due ha cambiato discorso, non mi ricordo se io o lui. Mi sono versato un secondo bicchiere d’acqua e si è parlato d’altro.
Mi ha raccontato di aver ottenuto lo status di rifugiato politico, soprattutto per le storie legate al suo attivismo politico nella scena LGBT siriana prima che scoppiasse la guerra. Ora lavora, credo come mediatore culturale, per l’associazione nella cui sede di Kreuzberg ci trovavamo. Ha riso quando si è parlato di… non ricordo più cosa.
Quando anche il mio secondo bicchiere d’acqua stava per finire, TED2 e RUS1, che nel frattempo avevano continuato a discutere per i fatti loro al tavolino, si sono alzati e, dicendo che dovevano andare un momento di là, sono usciti.
“Che storia incredibile la sua! È venuto qui dalla Russia con il suo gatto”, mi fa SIR1 indicandomi il trasportino appoggiato sulla sedia vicina al posto che aveva occupato fino a un secondo prima RUS1. “Non ha più altri familiari, gli è rimasto solo il gatto, e ora è preoccupatissimo perché nel centro di accoglienza non sono ammessi animali. Ho già chiesto a un paio di amici e sembra che non avremo problemi a trovare un alloggio temporaneo per il gatto mentre RUS1 cerca un’altra sistemazione e sbriga un po’ di cose. Ha buone possibilità di ottenere asilo: ha con sé le lastre che gli hanno fatto all’ospedale dopo vari pestaggi e altri documenti…”.
Abbiamo un po’ parlato della situazione russa, particolarmente subdola, e poi TED2 e RUS1 sono rientrati e sono tornati a sedersi al loro tavolino. Io dopo un minutino ho appoggiato il bicchiere ormai vuoto sul bancone del bar, ho augurato a SIR1 di fare presto progressi con il tedesco e di vivere serenamente il suo secondo inverno berlinese, ché un po’ lo spaventa per il freddo, mi ha detto, e gli ho stretto la mano. “Dai, se questo sarà un inverno vero, non come l’anno scorso, vedrai che è bello quando il canale si ghiaccia, in parte anche la Sprea. E si impara presto a non scivolare sui marciapiedi, vedrai: è anche divertente”.
Ho salutato TED2, ho salutato con lo sguardo RUS1, che sembrava voler evitare di interagire con l’ennesimo sconosciuto, ho salutato con un altro sguardo il gatto e sono uscito.
Ho camminato per circa un chilometro portando la bici a mano. A un certo punto ho rimesso in tasca il fazzoletto, mi sono infilato i guanti e sono salito in bici.

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Kaffeeklatsch

Sono seduto a uno dei tavolini esterni della pasticceria all’angolo tra Auguststraße, Koppenplatz e Große Hamburger Straße. Alla mia destra, due tavoli più in là, una signora sola sulla settantina con un viso molto bello, una camicetta elegante con colletto rialzato, blu, una giacca di pile grigia, dei fuseaux neri con motivo batik e dei calzini di spugna bianchi, senza scarpe. Parla da sola, con un sottovoce baritolane, e fuma. Si racconta il proprio passato, usando il Präteritum, che in italiano si traduce con il passato remoto o l’imperfetto, a seconda.
La sua voce è molto espressiva; il tono calmo, a momenti divertito. Parla a fiume di vicende personali e nazionali. È molto rilassante ascoltarla. Non si lascia disturbare da nessuno: né dai passanti né dai passeri che cercano briciole. Giusto un colpo di tosse ha interrotto per qualche secondo il suo racconto.
Mi fa piacere constatare che questa pasticceria tradizionale, con torte e caffè alla tedesca, ancora resiste in questo quartiere. Oggi, domenica, è molto frequentata. Io mi sto bevendo un caffè dopo aver visitato una mostra. Gli altri avventori sembrano in gran parte gente che abita nelle vicinanze, resistenti come la pasticceria e il supermercato di fronte. C’è anche qualche frequentatore della Berlin Art Week. Seduti fuori, oltre a me e alla signora che racconta, una coppia di fumatori sulla quarantina, anonimi.
Cerco di seguire il racconto della signora, ma non è facile. Un po’ perché farfuglia, un po’ perché il suo è un parlare rivolto verso l’interno. Colgo solo qualche frase qua e là.
Ora si sta rivolgendo ai passeri. No, non è esatto: si è piegata in avanti sulla sedia abbassando il viso verso il marciapiede e guarda questi due uccellini, sorridente, con la testa un po’ inclinata di lato come quando si parla a qualcuno in modo affettuoso e scherzoso, continuando il suo discorso interiore senza bisogno di risposte o ascoltatori. È come se le sue parole e i suoi gesti non fossero collegati fra di loro: il suo corpo sta comunicando con i passeri mentre le sue parole seguono un movimento autonomo e indipendente dall’esterno. È consapevole di quello che le succede attorno e interagisce con il mondo esterno: quella Coca-Cola deve averla ordinata qui.
Dalla pasticceria esce la ragazza genderqueer che prima era alla cassa del museo. Ha in mano il libro di un autore che ho amato molto.
Improvvisamente, la signora che parla si alza. Sta ferma un attimo tra il marciapiede e la strada, senza smettere di parlare. Facendo attenzione a non infilare i piedi nella pozzanghera tra le due auto parcheggiate, scende in strada, mi guarda, mi saluta e se ne va.
Mi ha salutato guardandomi negli occhi, sorridendo e pronunciando un “Ciao” un po’ furtivo ma chiaro, con un tono diverso da quello del suo racconto. Era un saluto chiaramente rivolto a me, estraneo al suo racconto.

Scoiattoli e ghiandaie e musei

Giovedì scorso Lupo e M. mi hanno portato all’inaugurazione di questa mostra al Museum für Naturkunde.
E chi ti trovo in vetrina nella prima sala dopo gli scheletri dei dinosauri? Il povero Knut e due tra i più cari visitatori del mio giardino: scoiattolo e ghiandaia. Trattandosi della sala dedicata alla tassidermia, la visione è stata traumatica:

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Tra l’altro venivo già sconfortato dalla visita (guidata) di questa mostra del Bode Museum dedicata alle opere d’arte delle collezioni berlinesi andate perdute alla fine del secondo conflitto mondiale: predate dai sovietici? Bruciate negli incendi che nel maggio del 1945 devastarono il deposito allestito nel bunker di Friedrichshain dove svariate opere erano state immagazzinate per salvarle dai bombardamenti? In molti casi non si sa che fine abbiano fatto.
Una mostra tutta in assenza, ovvero con riproduzioni fotografiche dei quadri — il signor Bode aveva fatto fotografare tutti i pezzi esposti al Kaiser Friedrich Museum, ovvero l’odierno Bode Museum — e copie in gesso da calchi antichi delle statue ora disperse, o in presenza fortemente danneggiata dalla guerra, e in alcuni casi successivamente restaurata. A volte restaurata male, come illustra il caso dei due portascudi di Tullio Lombardo.

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Sulla figura che vedete a destra i restauratori (russi, se non sbaglio) negli anni ’50 e ’60 tentarono di rimuovere lo strato di marmo bruciato con acqua ossigenata e becco di Bunsen. Non un’ottima idea.

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Ricostruirono anche alcune parti mancanti con molta finezza ma utilizzando un materiale (resina di poliestere) impossibile da rimuovere in futuro senza danneggiare ulteriormente la statua.

Qui, in due fotografie in bianco e nero scattate dal team di Bode, vediamo che aspetto avevano gli originali e come nell’ultimo decennio del Quattrocento si scolpivano gli uccelli come dio comanda:

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La visita guidata, tenuta da uno studioso parigino di Donatello, è iniziata con un Botticelli del quale è rimasta solo la cornice, troppo ingombrante per essere trasportata nel bunker, ed è finita con un san Giovanni Battista in bronzo rifatto in gesso grazie ai vecchi calchi conservati nella Gipsformerei. Qui vedete una stampa della fotografia bodiana del Botticelli, con cornice sopravvissuta:

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E in fondo a questa bellissima galleria fotografica del blog ufficiale dei musei statali berlinesi trovate il Giovanni Battista in gesso dipinto.

Uno dei reperti più emozionanti (e fotogenici) è stato questo amorino di Duquesnoy che intaglia un arco, o meglio lo intagliava fino a quando la seconda guerra mondiale non glielo strappò via assieme alle ali:

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In primo piano vedete quel che resta dell’originale, sullo sfondo la copia in gesso. E qui sotto il particolare dell’orecchio perforato, probabilmente da un proiettile:

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Qui il gesso integro:

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Di questa bellissima statua che agli inizi del Novecento veniva ancora considerata un san Giovanni Battista di Michelangelo, e la gente veniva a frotte ad ammirare il Michelangelo berlinese, mentre oggi è ritenuto un Aristeo realizzato da uno dei fratelli Pieratti, nella mostra era esposta solo la riproduzione in gesso perché altro non c’è da esporre:

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Sullo sfondo della penultima foto scattata dal vostro blogger scorgete anche la fotografia in bianco e nero del primo san Matteo di Caravaggio, una delle perdite che più mi fanno soffrire.

Lo studioso parigino, esperto di arte moderna italiana, che ci guidava in questo lazzaretto e obitorio di opere d’arte diceva che tra le perdite più drammatiche c’è anche l’Educazione di Pan di Luca Signorelli.

Per quanto riguarda i quadri scomparsi molto probabilmente dobbiamo attaccarci al cazzo, anche se qualche anno fa è per esempio venuta fuori una Madonna con bambino italiana che un soldato statunitense si era portato a casa (in mostra l’originale restituito di recente da un discendente del soldatino) e probabilmente altri quadri sono nascosti chissà dove, ma moltissimi sono andati bruciati nell’incendio del bunker e non li rivedremo mai più.

Tra il 1958 e il 1959 l’URRS restituì alla DDR un milione e mezzo di oggetti trafugati dall’armata rossa ma, se non ho capito male, si suppone che un altro milione di pezzi si trovino ancora in Russia. Tra le cose che i russi restituirono in quell’occasione, anche diversi frammenti dell’altare di Pergamo. Non lo sapevo.

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Lo scoiattolo mi fa pigliare un colpo

Esco di casa alle 14:23 per andare da SS che mi aspetta alle 14:30 in Skalitzer Straße.
Salto in bici, mi butto nel traffico e chi mi attraversa la strada dopo una decina di metri? Uno scoiattolo. Inchiodo e lui fa dietrofront, andando a nascondersi sotto un’auto parcheggiata a lato del marciapiede.
All’angolo con Wildenbruchplatz accosto, mi fermo e mi volto per assicurarmi che lo scoiattolo non faccia cavolate. Dopo meno di venti secondi lo vedo uscire da sotto l’auto: si ferma un attimo a controllare che la strada sia libera — lo è — e quindi la attraversa, infilando la via dei nostri vicini artisti arrivatissimi. Via che porta alla scuola, al suo cortile e da lì al mio giardino.

Appurato che sa come attraversare una strada trafficata, proseguo in direzione Skalitzer Straße con una certa tachicardia.

Lo scoiattolo aggiornato, e un eroe sotto casa

Volevo informarvi che dalla settimana scorsa ho poi avvistato lo scoiattolo altre tre volte. Ieri sono anche riuscito a filmarlo. All’inizio del video lo intravedete tra i rami del nocciolo, a destra della canoa abbandonata. Dal minuto 1:30 circa lo vedete invece mentre si avventura sul cemento muschiato tra il mio giardino e quello della famiglia D. per prendersi le mandorle che gli avevo lasciato la sera prima.
Si fa vedere sempre a metà pomeriggio.

Passeggiando per il quartiere ieri sera dopo cena, ho pensato che potrebbe anche essere che lo scoiattolo, ammesso che sia sempre lo stesso, non si sia trasferito nel mio giardino ma che semplicemente abbia di recente scoperto che sulla mia terra scorrono latte e miele e da allora, a metà pomeriggio, venga qui a procacciarsi nocciole e mandorle (le ghiande ancora sembra ignorarle) per poi tornarsene a espletare le sue altre mansioni, e a fine giornata dormire, presso la sua squirrel community, ovunque essa si trovi.
Cavolo, è davvero ora che mi documenti un po’ sulla socialità degli scoiattoli: non so niente di come si comportano. Non so se vivano da soli o in gruppo. Né se si costruiscano una tana, un nido o che altro. Se tengano un magazzino… In questi giorni non mi risulta che abbia lasciato il mio giardino carico di noci. Dalla mia postazione dietro la finestra della cucina per ora l’ho visto spiccare le nocciole dai rami e raccogliere le mandorle da terra e mi è sembrato di vederlo consumare in loco. Alcune mandorle però credo le abbia sotterrate: forse per tornare a riprenderle più avanti?

Riguardo al suo luogo di provenienza, oltre al parchetto di Wildenbruchplatz qui vicino c’è anche un verdissimo giardino interno che finora ho sempre visto solo via Google Maps pur trovandosi davvero a due passi da casa mia. Vi metto uno screenshot: si tratta del grande cortile alberato del condominio tra Wildenbruch e Finow.

screenshot from Google Earth, cropped by myself on 24/08/2015 - "Imagery ©2015 Google, Map data ©2015 GeoBasis-DE/BKG (©2009), Google"

screenshot from Google Earth, cropped by myself on 24/08/2015 – “Imagery ©2015 Google, Map data ©2015 GeoBasis-DE/BKG (©2009), Google”

Ho provato più volte ad entrarci, ma i portoni sono sempre chiusi. Ieri sera ne ho trovato uno aperto: mi sono guardato in giro un attimo e sono entrato. Purtroppo quando ho fatto per aprire la porta che conduce al cortile interno ho dovuto constatare che era chiusa a chiave. Appeso alla porta c’era un foglio A4 con questo avviso: vi preghiamo di non giocare a calcio nel cortile per non disturbare gli abitanti degli alberi.

Uscendo dal condomino, nemmeno troppo sconsolato, prima di attraversare la strada e tornarmene a casa, mi sono fermato a rileggere la targa commemorativa dedicata a questo misconosciuto dottore ebreo che per nove anni visse e praticò in quel palazzo: fuggito dalla Berlino nazista, morì nel 1937 in Spagna, dove per circa quattro anni operò come medico nelle Brigate internazionali.
Non so quante volte ormai sono passato davanti a quella targa. L’avevo letta appena arrivato a Berlino, poi l’ho riletta un paio di anni fa. Ieri sera un’altra volta. Sono seguiti un momento di commozione e un moto di profondo rispetto per questo dottor Günter Bodek.

E così finalmente anch’io ho incontrato…

… l’autore di Maxinquaye. Non scrivo il suo nome non per fare giochini di riconoscimento ma per rispetto della sua privacy di VIP.

Il primo dei miei conoscenti ad avvistarlo a Berlino fu un ex datore di lavoro di M., che lo vide mesi fa all’IKEA di Tempelhof. L’amico MA invece se l’è trovato di recente due tavoli più in là in un bar pomeridiano da torta e caffè di Rixdorf.

Oggi, mentre ero fermo in bicicletta al semaforo tra Fuldastraße e Sonnenallee carico di regali per mia sorella e i miei nipotini, mi è passato davanti sulle strisce pedonali. Parlava al cellulare e indossava una canottiera che mostrava le sue braccia tatuate. Era perfettamente inserito nell’ambiente: si muoveva con assoluta nonchalance.

Due VIP internazionali anni ’90 che si vedevano regolarmente in città sono l’ex cantante degli R.E.M. (l’estate scorsa era praticamente impossibile non incontrarlo in giro per Kreuzberg, e io ci sono riuscito) e il protagonista di Another Country e My Best Friend’s Wedding. Nel 2008 di quest’ultimo si vociferava che intendesse comprare casa nell’Uckermark. Anche lui mi è sfuggito e ormai non c’è più speranza: nessuno dei miei amici lo vede più da anni. Ma potrebbe anche essere che abbia semplicemente cambiato giro… Whatever. Cazzo, volevo solo dirvi che oggi per strada ho visto il musicista che l’anno scorso ha pubblicato un album intitolato Adrian Thaws e ho finito per scrivere quattro paragrafi di gossip.

Gaudium magnum

Oggi ho avvistato per la prima volta uno scoiattolo nel mio giardino.

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Sarà che la scuola è chiusa e non ci sono in giro bambini urlanti. Sarà che la quercia e il nocciolo quest’estate stanno producendo tanta roba. Sarà che tra la canoa abbandonata e l’hosta meno rigogliosa sono spuntate, spontanee come le fragoline quatto anni fa, delle more… Sarà quel che vi pare, ma finalmente uno scoiattolo ha trovato la strada di casa mia.
Sono anni che prego affinché la colonia di scoiattoli del vicino parco di Wildenbruchplatz scopra il mio giardino e prenda almeno in considerazione un trasferimento, anche parziale. Se l’esemplare che ho osservato oggi dalla finestra della cucina era effettivamente in ricognizione, e se ho interpretato correttamente i suoi versi e i movimenti della sua coda, questa sera in Wildenbruchplatz verrà dibattuto intensamente e, considerati i vari pro e contra, si terrà una votazione.
Spero comunque che il piccolo esploratore si sia accorto che la zona è frequentata anche da gatti: più o meno tre. Non sia mai — non voglio nemmeno pensarci — che lui e i suoi amici e/o parenti vengano ad abitare da me e poi quegli odiosi gatti (il nero è particolarmente stronzo, il tigrato è okay, il randagio è seriamente disturbato) li aggrediscano. Piuttosto, guardate, rinuncio io e ben volentieri al piacere di vedere di tanto in tanto uno scoiattolo dalla finestra. Se il rischio è di venir uccisi da un gatto, restatevene a Wildenbruchplatz, dove ci sono solo cani, alcolizzati, giocatori di ping pong, studenti universitari, rom e/o sinti, pensionati, ragazzi annoiati, qualche bambino, qualche hipster di ritorno dal coreano o dal californiano delle colazioni: tutte creature meno predatorie e soprattutto meno agili dei gatti.

Basta, mi fermo qui ché comincio a darmi fastidio da solo con questo tono disneyano. Se ci sono esperti di scoiattoli in ascolto, fatevi avanti e parlate se avete qualcosa da dire. Io, come avrete capito, non so niente sul comportamento dei miei arboricoli preferiti.

Comunque questa è stata un’estate piena di avvistamenti interessanti. Per esempio, un mio conoscente l’altro giorno ha filmato una sfinge del galio, che manco sapevo esistesse prima di vedere il video in questione, in un altro parco qui vicino.

Un paio di film tedeschi contemporanei che son piaciuti a me e/o Lupo

Il Mitte, nella persona di Paola Moretti, ha di recente consigliato 5 film tedeschi usciti dopo il 2000.
Ringrazio Paola per la segnalazione di Die Fremde, che mi era sfuggito e mi sembra molto interessante. Io e Lupo rilanciamo segnalandovi i nostri film preferiti usciti al cinema da quando viviamo qui.

Napola – Elite für den Führer (2004) di Dennis Gansel, con lo stesso Tom Schilling che anche a Paola sembra piacere molto e con un giovanissimo Max Riemelt, che io ho apprezzato in Im Angesicht des Verbrechens, MA ha apprezzato in Freier Fall e Lupo sta apprezzando in Sense8.
Un proletario di Wedding, giovane promessa del pugilato, e il fragile figlio di uno stronzissimo Gauleiter si incontrano nel 1942 in un istituto d’elite per la formazione della futura classe dirigente nazionalsocialista. Il nostro amato Tom Schilling interpreta ovviamente il fragile figlio. Un bel drammone emo-storico.

Schultze gets the blues (2003) di Michael Schorr. Uno dei film più belli che abbiamo mai visto, tedeschi e non. Mi sono pure comprato la maglietta. E quando l’anno scorso a Moabit abbiamo incontrato per strada lo straordinario attore che interpreta il protagonista ci è venuto un mezzo infarto.
Si tratta di una tragicommedia incentrata su tre ex minatori della Sassonia-Anhalt in pensione. Mi spingerei quasi a dire che parla di una gioiosa conversione senile. Non vi voglio rivelare altro perché è un film che va guardato con gli occhi innocenti di un bambino.

Kirschblüten – Hanami (2008) di Doris Dörrie. Amore e morte, Baviera e Tokyo, genitori anziani e figli che hanno la propria vita e vaffanculo, riconciliazioni screzi malattie butō e ciliegi in fiore. Un gran bel film.

Halbe Treppe (2002) di Andreas Dresen. È forse il primo film tedesco che abbiamo visto qui a Berlino. I ricordi sono vaghi… Camera a mano, gente comune, coppie che scoppiano, una per noi al tempo inedita Frankfurt an der Oder (città quasi omonima ma molto meno celebre di Francoforte sul Meno) e un bravissimo Axel Prahl, che poi avremmo rivisto in Willenbrock, dello stesso regista, e in un paio di altri film.
La grande rivelazione del film è stata per noi questa Francoforte dell’Est, poi visitata diverse volte. Dal ristorante con terrazza dove pranzammo in occasione della nostra prima visita si vedeva l’Odra e, oltre al fiume, la Polonia, con le persone grandi come omini Playmobil che portavano a spasso il cane o stavano ferme a guardarci. Al tempo serviva ancora il passaporto per andare in Polonia. Che impressione quel confine costituito da un fiume per noi che venivamo da Udine, dove “al di là dell’acqua” voleva dire Pordenone e il Veneto. Quando questo blog era ancora ospitato su Splinder, la foto dell’header era stata scattata (da Lupo) proprio dalla terrazza di quel ristorante.
Una delle nostre primissime amiche tedesche era born and raised in Frankfurt/Oder. Faceva parte del gruppo di studenti di Europäische Ethnologie che abbiamo conosciuto nell’autunno del 2002 in una kneipe per punkettoni e rockettari di Oranienstraße. Di quel gruppo solo una persona vive ancora a Berlino: G., che tra l’altro ancora frequenta assiduamente quella kneipe. L’amica di Frankfurt/Oder l’abbiamo persa di vista invece. Di lei ricordo la sua risata contagiosa, i suoi amici skin, la volta che siamo andati a trovarla in ospedale dopo che l’avevano investita a Bersarinplatz e il suo accento divertentissimo.

Dorfpunks (2009) di Lars Jessen. Assieme a Verschwende deine Jugend (2003) di Benjamin Quabeck e Richy Guitar (1985) di Michael Laux, Dorfpunks è uno dei film “giovanilistici” che ci ha fatto vedere l’amica Anna. Qui si parla di punk di provincia nella Germania dell’Ovest degli anni ’80. Una specie di versione tedesca de La guerra degli Antò. Anche in questo caso poi il film è tratto da un libro. Tanta tenerezza.

Der Untergang (2004) di Oliver Hirschbiegel. Anche in questo caso c’entra Anna. I suoi amici antifa e antideutsch hanno discusso moltissimo di questo film appena sono cominciate a uscire le prime recensioni: è lecito mostrare il “lato umano” dei capi del nazismo?, si chiedevano. La loro risposta ovviamente era: no, per la collettività Hitler deve rimanere un mostro — Unmensch, si dice qui, ovvero un non-umano — e deve restare in isolamento nei libri e nei laboratori di ricerca accademici, altrimenti si rischia di indebolire progressivamente il sentimento antifascista. Io, ancora prima di vedere il film, obiettavo che non mi sembra un atteggiamento sano: è anzi forse più pericoloso considerare Hitler e compagnia bella dei mostri disumani piuttosto di confrontarsi con il fatto che noi umani siamo capaci anche di questo, ieri come oggi.
Gli ultimi giorni di Hitler nel bunker. Con un climax di violenza e follia che mette a dura prova lo spettatore e una famiglia Goebbels che fa venire i brividi, il vomito, febbre, diarrea e tutto uno sfogo cutaneo fastidiosissimo.
A seguire consigliamo la visione della videointervista alla vera segretaria privata di Hitler: Im toten Winkel – Hitlers Sekretärin (Austria, 2002) di André Heller e Othmar Schmiderer. Segretaria che nel documentario rivela, tra le altre cose, di aver scoperto nel dopoguerra, passando davanti a un monumento commemorativo dedicato alla Rosa bianca, di aver iniziato a lavorare per il Führer lo stesso anno in cui fu giustiziata Sophie Scholl, sua coetanea.

Sophie Scholl – Die letzten Tage (2005) di Marc Rothemund. Un film che a Lupo è piaciuto molto, a me meno. Parla della persecuzione giudiziaria dei fratelli Scholl, resistenti del gruppo della Rosa bianca, condannati a morte assieme a Christoph Probst nel 1943. Terrificante il giudice nazista Roland Freisler, interpretato da André Hennicke.

A Lupo sono piacuti anche Das Experiment (2001) di Oliver Hirschbiegel e Die Welle (2008) di Dennis Gansel: il primo è ispirato allo Stanford prison experiment del 1971 sugli effetti psicologici della condizione di carceriere e carcerato; il secondo a quest’altro esperimento del 1967 sulle dinamiche di opposizione e partecipazione nei sistemi di potere fascisti.

Der Baader Meinhof Komplex (2008) di Uli Edel. Dal regista di Christiane F. Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, un action movie in salsa extraparlamentare di sinistra. Da accompagnare alla visione di Stammheim (1986) di Reinhard Hauff.

Elementarteilchen (2006) di Oskar Roehler. Un Moritz Bleibtreu da bagnarsi le mutandine, secondo il mio parere di fan di Moritz Bleibtreu, e una Martina Gedeck straziante. Un film molto bello che mi ha ricordato perché non ho mai voluto leggere niente di Michel Houellebecq.

Führer Ex (2002) di Winfried Bonengel. Io non me lo ricordo bene questo film. Lupo aveva gradito molto. È tratto dall’autobiografia di Ingo Hasselbach, prima neonazista e poi co-fondatore di Exit Deutschland, associazione che aiuta gli ex estremisti di destra a uscire dal giro e rifarsi una vita.
Il film, oggi un po’ datato come regia e sceneggiatura, è ambientato nella DDR degli anni ’80 e racconta di due adolescenti ribelli che prima sognano di fuggire in Australia e poi finiscono, passando per la prigione, nella scena neonazi: ribelli pure loro ma parecchio carogne.

Alles auf Zucker! (2004) di Dani Levy. Per chi crede che i tedeschi non sappiano essere comici. Grandiosi i due attori che interpetano i coniugi Zucker: Henry Hübchen e, soprattutto, Hannelore Elsner, la quale recita anche in Kirschblüten – Hanami.
Classica commedia sulla tormentata riconciliazione tra due persone che non si sopportano, in questo caso condizione necessaria per ottenere un’eredità.
Il film ha vinto l’Ernst Lubitsch Preis 2004. Nella motivazione della giuria si legge: “[…] dopo decenni di astinenza, il film rilancia la commedia ebraico-tedesca che con Ernst Lubitsch visse il momento di massima fioritura nel secondo e terzo decennio del Novecento”.

Wolke 9 (2008) di Andreas Dresen. Ecco, diciamo che speravo che questa rappresentazione cinematografica della vita sessuale degli anziani, tanto decantata dai critici tedeschi e non solo, fosse un po’ più ottimistica. Non dico per forza un happy end tutto farfalle ed eiaculazioni, ma almeno non tanta amarezza e tanto dolore. Ma in effetti la vita è spesso così.

Gespenster (2005) di Christian Petzold. Vorrei aver visto più film di Petzold, ma questo per ora rimane l’unico. Prossimamente vorrei guardare Barbara (2012) e questa puntata di Polizeiruf (serie televisiva poliziesca) di cui si è tanto parlato.
Petzold è un regista autoriale vecchio stile… Molto cerebrale, alla francese… Per niente urlato, tutto appena accennato, abbastanza antinaturalistico, sterile… OK, pensandoci bene non serve davvero che guardiate Gespenster.

Meine Mütter – Spurensuche in Riga (2007) di Rosa von Praunheim. Come Werner Herzog, anche Rosa von Praunheim secondo me dà il meglio di sé con il genere documentario. In questo caso il tema è autobiografico.
Poco prima di morire, la madre di Rosa gli* rivela di non essere la sua madre biologica bensì di averlo preso in adozione da un orfanotrofio tedesco quando negli anni ’40 viveva con suo marito a Riga, al tempo occupata dai tedeschi. Il film racconta delle ricerche intraprese da Rosa dopo la morte della madre adottiva per scoprire chi fosse la donna che lo partorì. Nel farlo, tocca vari temi scottanti della storia tedesca degli anni ’40, tra cui lo sterminio quasi totale degli ebrei lettoni per mano delle famigerate Einsatzgruppen (vedi Le benevole di Jonathan Littell) e la questione dell’espulsione e della fuga dei tedeschi dai territori occupati dai nazisti nell’immediato dopoguerra.
Se non avete mai visto un film di Rosa von Praunheim, forse dovrei avvisarvi che non fa molte concessioni all’estetica. E se vi siete rotti le palle di temi nazi, guardatevi il suo documentario sul fumettista Ralf König: König des Comics (2012). Interessante soprattutto per la parte dedicata alla scena gay della Germania dell’Ovest negli anni ’70.

* Rosa è un nome d’arte che il regista si è dato all’inizio della propria carriera, ispirandosi al colore dei triangoli che identificavano gli omosessuali nei campi di concentramento nazisti. Il nome riportato sul suo passaporto è Holger Mischwitzky. Nel corso della realizzazione di Meine Mütter il regista scopre di essere nato Holger Radtke.

Piuttosto dei due film sulla “ghetto life” di Neukölln e Wedding — Knallhart di Detlev Buck e Kroko di Sylke Enders — preferisco segnalarvi due documentari che trattano, meglio, lo stesso argomento, ovvero la vita dei giovani nei quartieri problematici di Berlino: Prinzessinnenbad (2007) di Bettina Blümner e Neukölln Unlimited (2010) di Agostino Imondi e Dietmar Ratsch.
Il primo ritrae tre amiche di Kreuzberg, una delle quali ha partorito l’immortale “Ich komme aus Kreuzberg, du Muschi!” e non ha paura di niente e di nessuno. Per chi sa il tedesco, su YouTube si trova una compilation di scene tratte dal film: perfetta per capire di che pasta siano fatte queste tre ragazze.
Neukölln Unlimited segue per qualche mese una famiglia di origini libanesi che vive nel mio quartiere e da oltre dieci anni rischia di essere espulsa dalla Germania. Il film si concentra sui figli, attivi nella scena hip hop e intenzionati a mantenere la famiglia con la propria arte.

Vaterlandsverräter (2011) di Annekatrin Hendel. Un altro documentario. I temi in questo caso sono la complessità delle cose umane, il rapporto con l’autorità, il peso del passato, il pelo sullo stomaco e l’amarezza.
Lo scrittore Paul Gratzik ci racconta della sua vita privata e professionale nella DDR e di come sia stato prima collaboratore della Stasi, fornendo informazioni su colleghi e amici, e poi a sua volta oggetto di indagine da parte della stessa. Da guardare dopo aver visto Le vite degli altri.

Anzi, sapete che vi dico? Già che ci siamo, chiudo direttamente con una sfilza di documentari, il mio genere preferito.

B-Movie: Lust & Sound in West-Berlin 1979-1989 (2015) di Jörg A. Hoppe, Klaus Maeck, Heiko Lange e Miriam Dehne. Partendo da filmati originali di un giornalista musicale inglese che ha trascorso gli anni ’80 a Berlino Ovest, il film racconta la scena new wave locale — dagli Einstürzende Neubauten alle Malaria passando per Farin Urlaub e Nena — e cattura molto bene lo spirito edonistico del tempo. Il film si chiude con WestBam (del quale io e Lupo abbiamo conosciuto la contabile!), la prima Love Parade e il sentore di una nuova epoca che avanza.

Man for a day (2012) di Katarina Peters. Si tratta della documentazione di un workshop tenuto in Germania dall’americana Diane Torr, nel corso del quale un gruppo di donne si crea un alter ego maschile e cerca di impersonarlo. Una riflessione sul maschio come costruzione sociale. Bellissimo.

Die Anwälte – Eine deutsche Geschichte (2009) di Birgit Schulz. Tre avvocati di (estrema) sinistra nella Germania dell’Ovest sessantottina e la loro evoluzione fino ai giorni nostri: uno diventerà avvocato del partito di estrema destra NPD, uno parlamentare verde, l’altro ministro degli interni del primo e secondo governo Schröder. Bellissimo.

Im Himmel, unter der Erde (2011) di Britta Wauer. Un ritratto corale del cimitero ebraico di Berlino-Weißensee: il rabbino, il falegname che costruisce casse da morto kosher, la famiglia che ha preso in affitto l’appartamento ricavato nella ex casa del custode, due ornitologi e i rapaci che hanno nidificato nel cimitero, i tanti visitatori che hanno qualche parente sepolto lì. Bellissimo.

Away from all suns! (2013) di Isa Willinger. Questo l’ho visto in televisione. Non sono sicuro sia uscito al cinema.
La regista ci mostra lo stato attuale di alcune splendide architetture costruttiviste degli anni ’20 a Mosca. Una ristrutturazione controversa, il rischio di demolizione di un condominio e la vita degli inquilini, tra i quali una militante della conservazione che cerca di salvare l’unico edificio realizzato su progetto di El Lissitzky e un artista matto. Bellissimo.

— UPDATE 22/08/2015 —

Un nostro nuovo lettore, che qui chiamerò PC (post-colonial), ci segnala una dimenticanza. Visto che si tratta di un film che ho amato anch’io, lo aggiungo subito alla lista. Grazie, PC!

The Invisible Frame (2009) di Cynthia Beatt, con l’immortale Tilda Swinton che percorre in bicicletta il Berliner Mauerweg, sentiero commemorativo ricavato sul perimetro della ex Berlino Ovest, ovvero lungo il vecchio confine tra la metà occidentale della città e la DDR. Una Berlino particolarmente silenziosa e per molti sicuramente inedita.
Attenzione: il film contiene diverse riflessioni generiche sulla condizione umana che lasciano un po’ il tempo che trovano. A parte gli scherzi, l’approccio della regista e della protagonista al Muro e alla Guerra fredda è più esistenzialistico che storico-politico. Certe tirate a me sono risultate troppo astratte, non particolarmente utili e poco condivisibili, ma si tratta appunto di un film molto personale, con un tono lirico-intimistico, quindi alla fine va bene così. Il film a me è piaciuto soprattutto per l’andamento lento e per lo sguardo malinconico, nonché per gli sparuti incontri casuali che avvengono qua e là lungo il sentiero. E com’è stato bello scoprire che Tilda Swinton (SPOILER!) parla tedesco! E vederla muoversi in luoghi che io e Lupo abbiamo più volte esplorato, a piedi e in bicicletta.

— UPDATE 21/07/2016 —

Scusate ma non posso non aggiungere alla lista Toni Erdmann (2016) di Maren Ade. L’ho visto ieri all’Fsk di Oranienplatz con G., la mia amica del cinema. Di film così ne esce uno ogni 5 anni. Una cosa tipo Schultze gets the blues, per rimanere nel campo del cinema tedesco. O come Les amants du Pont-Neuf, Reservoir Dogs, Chungking Express o La promesse dei Dardenne, per dare dei riferimenti a chi, come me, frequentava i cinema d’essai negli anni novanta del secolo scorso. Io ho pure fatto la maschera per diversi anni in un cinema d’essai. Per dire. Ricordo ancora molto bene la situazione malinconico-smaronante di stare lì nel mio gabbiotto con l’atrio e il corridoio vuoti (tranne che per la cassiera o il cassiere seduta/o davanti a me) e i suoni del film che uscivano ovattati dalle tre porte vellutate della sala di proiezione. Comunque sia, andate a vedere Toni Erdmann se esce in Italia. Oppure noleggiate il DVD, non so.

Quando si dice spazi coi controcazzi

Vi segnalo brevemente questa galleria fotografica di 22 immagini: sono spazi espositivi berlinesi ospitati in architetture con una storia e/o una forte personalità. Sfogliate e leggete le didascalie. E poi fatemi sapere. Ma soprattutto lasciatevi ispirare.

E a questo proposito — ispirazione e rianimazione di vecchi edifici — vi segnalo anche questo bellissimo progetto di riqualificazione architettonico-sociale che stanno portando avanti nella mia città natale: tanto amore, tanto rispetto e tanto orgoglio da Berlino, ragazz*!